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Decreto Sicurezza: tra propaganda e diritto

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di Giovanni Francesco Fidone*

 

L'Opinione, 9 gennaio 2019

 

Ciò che maggiormente contraddistingue i principali attori politici attuali è la ricerca spasmodica di visibilità, anche a costo di dar prova marcata di sconoscere i fondamenti del nostro stato di diritto e dell'assetto istituzionale che lo caratterizza. Propaganda, social e media: tutto si fonda sulla logica dell'apparire e sulla capacità di suscitare le reazioni più forti nella pancia della gente.

Al centro del dibattito, negli ultimi giorni, vi è stato il tema del "Decreto Sicurezza" e, più in particolare, la parte del testo dedicata all'immigrazione. La misura adottata prevede, tra l'altro: limitazioni per il conseguimento della cittadinanza italiana; la revoca della cittadinanza per determinati reati; la protezione internazionale, in luogo del permesso di soggiorno umanitario; restrizioni all'accoglienza da parte degli Sprar, i quali potranno "ospitare" soltanto minori non accompagnati e chi ha ricevuto la protezione internazionale, ma non i richiedenti asilo. Il provvedimento è stato approvato con il ricorso al voto di fiducia e con una larga maggioranza sia al Senato che alla Camera.

E, dall'approvazione del testo, è nata la levata di scudi dei sindaci di alcune importanti città italiane e dei governatori di diverse regioni, i quali hanno promesso la disapplicazione delle norme riguardanti le proprie prerogative (salvo successivamente correggere il tiro almeno in parte), per la vera o presunta violazione di diritti costituzionalmente tutelati. Urla, schiamazzi, dirette sui social ed interviste seriali dei protagonisti del dibattito hanno invaso la scena.

Ora, al netto di ogni considerazione sulla bontà o meno del contenuto del Decreto Sicurezza, rifuggiamo l'idea che tutti gli attori in campo ignorino i più elementari principi che caratterizzano il nostro ordinamento giuridico, la cui almeno sommaria conoscenza è imprescindibile per chi ritiene di poter ricoprire ruoli di governo nazionale, regionale o locale. Pare sin troppo scontato, infatti, ricordare che le leggi dello Stato vanno rispettate sempre e comunque, senza se e senza ma, da parte di tutti. Ma è altrettanto scontato rammentare che è facoltà e diritto dei soggetti titolati di agire dinanzi ai giudici amministrativi, civili e penali, al fine di ottenere la sospensione di una legge che lede diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione, in attesa della pronunzia della Corte costituzionale in merito alla legittimità, o meno, del provvedimento legislativo.

Oggi, dunque, non resta che rispettare ed applicare rigorosamente il Decreto Sicurezza. E, a meno che qualcuno non ritenga che anche i giudici amministrativi e i giudici ordinari (o finanche i giudici della Consulta) debbano candidarsi e sottoporsi al voto popolare prima di poter valutare la conformità di una legge alla nostra carta fondamentale, resta salva la facoltà per sindaci e presidenti di Regione "dissidenti" di agire dinanzi ai giudici competenti a tutela delle proprie posizioni. A quel punto tutti, forze di governo e forze di opposizione, non potranno che soggiacere al decisum giudiziale. È tutto molto semplice. Ma nell'era in cui la propaganda prevale sul diritto, anche l'Abc del nostro ordinamento giuridico diventa complesso. E ad essere a rischio, purtroppo, sono le fondamenta su cui si regge il nostro Paese.

 

*Avvocato amministrativista e giuspubblicista dal 2009, patrocinante in Cassazione

 

 

 



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