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Circolare Inps. Ambiti ristretti per il lavoro dei detenuti

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di Vittorio Spinelli

 

Avvenire, 11 aprile 2019

 

Dare lavoro a un detenuto o ad altre persone carcerate - una finalità di diverse cooperative anche di ispirazione religiosa-viene premiato con lo sgravio del 95% dei contributi complessivamente dovuti all'Inps. L'evidente funzione sociale di questa agevolazione (avviata sin dal 2014 col decreto 148) è tuttavia circoscritta, per motivi di sicurezza e di controllo, al settore delle cooperative sociali che si occupano dell'inserimento lavorativo delle persone svantaggiate e che, in questo ambito, assumono persone detenute in semilibertà oppure ammesse al lavoro esterno.

Il beneficio punta anche a favorire l'occupazione degli ex degenti dimessi dagli ospedali psichiatrici ed è esteso alle aziende pubbliche e private che operano all'interno delle carceri e di altri ambienti penitenziari. Tutti gli enti interessati possono utilizzare lo sgravio dei contributi previa un'apposita convenzione con l'amministrazione penitenziaria centrale o periferica.

Dal 2019 tuttavia devono presentare ogni anno una formale domanda di ammissione al beneficio sia per i rapporti di lavoro già in corso o precedentemente autorizzati sia per le nuove assunzioni. La richiesta viene accolta rispettando l'ordine di presentazione all'interno della disponibilità dei fondi. Sono ammesse le assunzioni con contratto a tempo oppure indeterminato, anche part time, compresi i rapporti di apprendistato.

L'Inps precisa tuttavia che "in considerazione della particolare natura del rapporto di lavoro e delle modalità di svolgimento della prestazione, non è possibile riconoscere il beneficio per rapporti di lavoro domestico" (circ. 27/2019). Si tratta tuttavia di una interpretazione dell'Istituto di previdenza che non trova una espressa preclusione nelle norme di riferimento. L'esclusione dell'Inps per il lavoro domestico (che si presume ispirata dalla cautela per possibili abusi) sembra contraddire la finalità dell'agevolazione sui contributi.

A maggior ragione, a motivo del severo filtro all'ammissione delle domande, che a partire da quest'anno è stato imposto alle organizzazioni che si dedicano al recupero sociale dei detenuti. Non ultimo, la preclusione ricade sulle cooperative specializzate nell'inserimento lavorativo, le più diffuse del settore, con una presenza per oltre 1'86% sull'ultimo campionamento nazionale (rilevazione Istat 2017).

 

 

 

 

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