Venerdì 14 Dicembre 2018
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Chiunque governerà non abbia paura di un po' di affetto in più nelle carceri

PDF Stampa
Condividi

Il Mattino di Padova, 12 marzo 2018

 

Forse una telefonata non salva la vita, come diceva un tempo una efficace pubblicità, ma in carcere è davvero un modo per trovare la forza di non lasciarsi sopraffare dalla sofferenza e dalla paura di vivere. Ci sono ancora pochi giorni di tempo per approvare un nuovo Ordinamento penitenziario, più rispettoso della dignità delle persone recluse, speriamo succeda il miracolo, e almeno si ripartirebbe con un po' di umanità in più nelle carceri, e poi si potrebbe sperare nell'approvazione di un nuovo Regolamento, che dia spazio alle relazioni e ai legami affettivi. A chiunque governerà questo Paese, e a tutti quelli che già governano le carceri, ricordiamo intanto che poter sistematicamente contare su un po' di affetto, qualche telefonata e qualche ora di colloquio in più e magari sull'uso di Skype, come succede a Padova per chi è lontano dalla famiglia, sarebbe un beneficio enorme, a costo zero, per tutti quei famigliari, che non hanno colpe e già pagano abbastanza per le colpe dei loro cari detenuti.

 

Quelli che pagano il prezzo più alto per i reati commessi da me sono i miei famigliari

 

Il tema degli affetti per i detenuti è sempre molto difficile da affrontare, forse perché è uno dei tasti più dolenti della perdita della libertà. Nel carcere di Padova però si è fatto un grande lavoro per cercare di accorciare le distanze tra "vita ristretta" e mondo esterno, ma il rapporto con la famiglia resta il più delicato. La mia situazione è molto complessa, quello che vorrei cercare di spiegare oggi è quanto sono importanti i legami e i rapporti interpersonali per un ragazzo entrato in carcere a 21 anni, privato innanzi tutto degli affetti che sono i più importanti per qualunque persona sulla faccia della terra, anche per i peggiori criminali. Di certo io non sono uno dei migliori, a soli 23 anni sono riuscito a farmi condannare all'ergastolo, oggi ne sto pagando le conseguenze e devo dire che, anche non riuscendo ad accettare la pena che mi è stata inflitta, ho imparato a conviverci, ma quello che non riuscirò mai a capire è com'è possibile che in Italia ad oggi quelli che veramente pagano il prezzo più alto per i reati commessi da me sono i miei famigliari, soprattutto mia madre che non vedo da più di un anno a causa della mia lontananza dal luogo in cui lei risiede, la Calabria.

Ad oggi solo grazie alla sensibilità di direttori molto attenti riesco a parlare con lei per otto volte al mese (20 minuti a settimana circa), per me è l'unico modo per poter mantenere vivo un rapporto cosi importante come quello tra madre e figlio. Lei non può farlo, non può prendere mai il telefono e chiamare il figlio per sapere come sta, se ha mangiato o un centinaio di altre cose che le mamme chiedono continuamente, specialmente quando hanno i figli lontani, a volte anche cose assurde. Per fare un esempio nella telefonata di ieri mi ha chiesto dove sono andato, visto che ho chiamato con sette minuti di ritardo, è ovvio che lei faceva riferimento ad attività all'interno del carcere, ma la mia risposta d'impulso è stata: "Dove vuoi che vada? Sono sempre qui in carcere", me ne sono pentito subito perché ho percepito una sorta di dispiacere nella sua voce, come se volesse scusarsi per avermi fatto quella domanda, ma questo non significa niente, quello che mi ha colpito di più è il fatto che, da come mi ha puntualizzato i minuti che aspettava la telefonata, io ho capito che lei ha contato ogni singolo minuto, ogni ora, ogni giorno dall'ultima telefonata della scorsa settimana.

Io sono condannato all'ergastolo, il tempo per me non ha ragione di esistere, uso il calendario solo per appuntare i giorni che posso chiamare mia madre per cercare un po' di conforto che solo una madre ti può dare, adesso le quattro telefonate in più, rispetto a quelle regolamentari, che sono concesse a Padova saranno "in scadenza" a fine marzo e di conseguenza un po' tutti i detenuti ultimamente convivono con il timore che vengano di nuovo dimezzate. Se devo dire la mia io sono convinto dell'opposto, sono convinto anzi che in tutte le altre carceri verranno concesse queste telefonate "supplementari", anche per affrontare seriamente il tema dei suicidi in carcere, che un po' di affetto in più contribuisce senz'altro a prevenire.

A tal riguardo vorrei aggiungere il racconto di una situazione che sfortunatamente mi sono ritrovato a vivere qualche anno addietro. Avevo circa 25 anni e mi trovavo in un altro carcere in isolamento per aver commesso delle infrazioni all'interno dell'istituto, ero stato trovato in possesso di un telefono cellulare; ad un certo punto si avvicina alla mia cella un ragazzo straniero che sapeva il motivo per cui io ero in punizione e mi dice: "Giuliano per piacere aiutami, cerca di trovarmi un telefono cellulare per poter chiamare a casa perché mia madre sta male".

Io non avevo più il cellulare, mi era stato sequestrato pochi giorni prima, e a malincuore dovetti dirgli che non potevo in alcun modo aiutarlo. Forse l'avrebbe fatto ugualmente, forse è stata una tragica coincidenza, ma quel detenuto poche ore dopo si è impiccato nella sua cella, e da quel giorno io mi chiedo cosa sarebbe successo se quel ragazzo avesse avuto la possibilità di ricevere qualche parola rassicurante o di conforto da sua madre.

 

Giuliano Napoli

 

Mio padre è malato di SLA, vorrei poterlo sentire spesso

 

Mi chiamo Kleant, sono detenuto dal lontano 2006, sono entrato in carcere che avevo 21 anni.

Mi trovo dal 2011 in carcere a Padova, dove ho iniziato un bel percorso di inserimento lavorando presso la pasticceria Giotto come pasticcere. Giocavo anche come portiere nella squadra di calcio Pallalpiede e frequentavo la redazione di Ristretti Orizzonti, avevo conosciuto delle persone che mi avevano dato fiducia e avevano creduto in me. Uso il verbo al passato perché nell'anno 2016 sono riuscito a deludere tutti e rovinare me stesso.

Tutto è accaduto da quando il mio papà è stato colpito da sindrome di SLA e non è più autonomo.

Io ero in ansia e lontano dalla famiglia, in quanto loro vivono tuttora in Albania, così ho violato il divieto del regolamento interno di usare il telefono cellulare chiamando tutti giorni per sapere il suo stato di salute, alla fine sono stato scoperto e in quel momento è crollato tutto il castello che avevo costruito con fatica e speranza. Ho perso tutte le chances che avevo ottenuto: il lavoro, il posto nella squadra di calcio, la redazione e soprattutto la fiducia delle persone che avevano creduto in me ed è questo che fa più male. Sono stato murato vivo, so di avere sbagliato e se potessi avere una bacchetta magica cancellerei tutto, ma purtroppo non è possibile.

Oggi so di avere sbagliato, ma mi domando anche se c'è qualcosa di sbagliato a sentire il bisogno di stare vicino alla propria famiglia, specialmente quando qualcuno di loro sta male. Non ho commesso nessun reato, semplicemente ho fatto una enorme stupidaggine, dettata dal mio cuore di figlio e dall'angoscia per mio padre, un gesto di cui ancora oggi sto pagando le conseguenze anche se sono già passati 2 anni

Se avessi avuto la possibilità, come ho ora, di chiamare i miei otto volte al mese e in più un colloquio Skype di 15 minuti alla settimana, non sarei stato così stupido.

Per poter fare i colloqui Skype con mio padre malato io rinuncio a vedere i miei fratelli che vivono qui in Italia da tanti anni con le loro famiglie, giacché è possibile utilizzare questo tipo di colloqui con Skype soltanto se non si sono ricevute visite per almeno tre mesi. Spero che un giorno non lontano siano concessi a tutti i detenuti d'Italia come oggi avviene nel carcere penale di Padova e in pochi altri istituti.

Ma perché non si possono concedere delle telefonate anche più frequenti, visto che abbiamo delle condanne lunghe e definitive, senza tutta la pratica burocratica e le lunghe attese per le varie autorizzazioni, considerando che tutte le telefonate sono registrate e se uno sbaglia commettendo dei reati ne paga le conseguenze?

Questo aiuterebbe molto, nel percorso del detenuto, a responsabilizzarsi, aiuterebbe a ridurre i suicidi ed eviterebbe tanti gesti di autolesionismo, dovuti anche al fatto che tante persone detenute non hanno niente da fare tutto il giorno e si imbottiscono di psicofarmaci perché non hanno modo di impegnare il tempo, e si sentono anche in colpa con la propria famiglia perché non possono essere di nessun conforto.

 

Kleant Sula

 

 

 



06


  06

 

06

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it