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Certezza della pena e certezza della penna

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di Enrico Mauro*

 

leccenews24.it, 16 aprile 2018

 

Secondo una visione del mondo, i problemi di delinquenza sono quasi sempre problemi di sola delinquenza, di malvagità innata o acquisita. Chi delinque vuole delinquere, sceglie di farlo, magari gode nel procurare danno alle altrui persone o cose. Se si osserva il mondo da questa prospettiva, è naturale volere forze dell'ordine sempre più consistenti e armate, carceri sempre più numerose e meno confortevoli, controlli sempre più numerosi e rigorosi dell'immigrazione.

In quest'ottica la certezza della pena è non solo importante, ma prioritaria rispetto a tutto il resto. In quest'ottica la certezza della pena può essere considerata una formula riassuntiva di tutto ciò di cui una società ha bisogno per vivere serena. Un mendicante dorme su una panchina di un parco o chiede l'elemosina in metropolitana? Più certezza della pena! Un automobilista osa fare l'elemosina dal finestrino a un lavavetri? Più certezza della pena!

Insomma, il senzatetto non ha un problema, il problema del tetto. Il senzatetto è un problema, perché puzza, sporca e, soprattutto, rovina il paesaggio urbano (per informazioni più dettagliate si può scrivere al sindaco di Como).

Secondo un'altra visione del mondo, i problemi di delinquenza sono spesso problemi prima di tutto sociali, di inclusione sociale, dovuti a mancanza di lavoro, di opportunità, di soccorso familiare, di sistemi privati e pubblici di protezione sociale, a fame, sete, freddo, mancanza di una casa. Chi delinque non ha scelta, o perlomeno non ne vede. Se potesse, lavorerebbe. Se sapesse a chi chiedere aiuto senza perdere l'ultimo briciolo di dignità, lo farebbe.

Se si osserva il mondo da quest'altra prospettiva, forze dell'ordine, carceri, controlli dell'immigrazione e certezza della pena restano argomenti politici di rilievo, ma non esauriscono più il discorso politico e anzi non sono nemmeno più prioritari rispetto a tutto il resto. In quest'ottica il senza-casa non è più un problema, ha un problema, e quel problema non è colpa sua. Non è nato per essere barbone e non ha scelto di diventarlo. Ha vissuto circostanze molto dolorose che lo hanno condotto dov'è. Probabilmente è stato molto sfortunato. E forse qualcuno è stato malvagio con lui. Insomma, la società gli deve qualcosa. E la sua presenza non rovina l'arredo urbano, ma è l'occasione per i privati e per le istituzioni pubbliche di fare qualcosa di umano, di giusto. Egli non è in colpa per essere un senza casa. Le istituzioni e la società sono in colpa per averlo lasciato scivolare in quella condizione e non averlo ancora tirato fuori. Non è un problema di ordine pubblico. È un problema di redistribuzione, di giustizia, di umanità. E l'umanità non fa differenza tra italiani e stranieri. L'umanità non sa che farsene dei documenti di identità.

Ci si dovrebbe dunque preoccupare un po' meno della certezza della pena e un po' più di quella che con formula riassuntiva di ogni specie privata e pubblica di aiuto del bisognoso si potrebbe chiamare "certezza della penna". Ci si dovrebbe preoccupare dell'istruzione dei più deboli prima di tutto, perché non si riesce nemmeno a chiedere aiuto se non si è capaci di esprimere i propri pensieri e sentimenti. E poi ci si dovrebbe preoccupare di tutti quegli "ostacoli" che, secondo la disposizione costituzionale più bella e importante (art. 3, c. 2), "è compito della Repubblica rimuovere" per abbreviare le distanze tra debole e forte, tra ricco e povero. Senza dimenticare che "Repubblica" vuol dire Comune, Provincia, Regione, Stato, ma anche ciascuno di noi.

 

*Docente di diritto amministrativo presso l'Università del Salento

 

 

 

 

 

 

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