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C'è ancora chi è giustiziato per droga, ma grazie all'Onu il fenomeno si riduce

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di Francesco Fabi*

 

Il Dubbio, 9 marzo 2019

 

Le esecuzioni per reati non violenti, come il mero possesso di sostanze vietate, sono diminuite del 68 per cento grazie alla scelta delle nazioni unite di tagliare i fondi ai paesi che ancora ricorrono al patibolo.

È stato pubblicato di recente il Rapporto annuale di Harm Reduction "La pena di morte per reati legati alla droga- 2018". Accade purtroppo che le politiche repressive arrivino fino al punto di giustiziare persone per droga, e questo nonostante esista un limite, secondo gli standard internazionali, alla possibilità di applicare la pena di morte, ai soli "reati più gravi".

Un concetto che le Nazioni Unite hanno precisato con la definizione di reati "con conseguenze letali o estremamente gravi", per cui le esecuzioni per reati di droga violano le norme internazionali sui diritti umani. Tant'è che, nel 2011, l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (Unodc) ha adottato delle linee guida perché sia posto termine agli aiuti al contrasto alla droga in quei Paesi in cui tale sostegno potrebbe facilitare le esecuzioni.

Un certo numero di Stati europei, tra cui Regno Unito, Danimarca e Irlanda, ha già ritirato i finanziamenti a programmi dell'Unodc in Iran, primatista mondiale anche per esecuzioni per sostanze stupefacenti, e questo ha sicuramente contribuito alla revisione della normativa per contenere l'uso della pena di morte in questi casi. Eppure, come risulta dal Rapporto di Harm Reduction, ancora oggi 35 Stati mantengono la pena di morte per crimini di droga.

La pena viene generalmente applicata per la coltivazione, produzione e traffico di sostanze. Purtroppo talvolta la pena si estende anche al loro solo possesso. Sono esclusi dal Rapporto i casi in cui si punisce con la pena di morte, ad esempio, l'omicidio connesso al traffico di droga, mentre lo studio si concentra su quei casi in cui la pena di morte viene applicata per crimini non violenti.

Nella drammaticità della situazione, con le 91 persone giustiziate nel 2018 per crimini non violenti legati alla droga, emerge però il dato positivo del 68% in meno rispetto al 2017. Ha contribuito a questa decrescita principalmente una nuova legge in Iran dove le esecuzioni, fra il 2017 e il 2018 sono diminuite del 90% passando da 221 a 23.

Più in generale fra il 2008 e il 2018 l'andamento del numero di esecuzioni ha registrato una crescita fra il 2008 e il 2010, passando da 168 a 706 casi, con valori altalenanti ma comunque mediamente alti fra il 2010 e il 2015, anno in cui si è raggiunto il record di 755 esecuzioni con una successiva decrescita fino alle 91 esecuzioni del 2018.

Quattro i Paesi che hanno usato il patibolo per reati di droga lo scorso anno: Arabia Saudita, Iran, Singapore e Cina. Secondo-Harm Reduction, l'Arabia Saudita è stata responsabile del maggior numero di tali esecuzioni, mettendo a morte almeno 59 persone. L'Iran segue con 23 persone, poi Singapore, dove sono state messe a morte 9 persone. Quanto alla Cina, non vi sono dati tenuto conto che le notizie sulla pena di morte filtrano con difficoltà.

In generale in questi anni queste esecuzioni per droga hanno rappresentato una percentuale consistente del totale delle esecuzioni compiute ogni anno nel mondo. Il rapporto, che analizza la situazione nei singoli Stati, mette anche in evidenza due tendenze generali opposte emerse in questi ultimi anni: da una parte vi sono state riforme che hanno portato ad una riduzione delle condanne a morte come ad esempio l'Iran; dall'altra parte una ripresa del sostegno politico a favore della pena di morte per reati non violenti legati alla droga come nel caso delle Filippine e dell'Indonesia da parte dei rispettivi presidenti Duterte e Joko Wedodo.

Nel frattempo è intervenuta il 23 gennaio di quest'anno la decisione del Presidente dello Sri Lanka, Maithripala Sirisena, di riprendere, dopo 43 anni di sospensione, le esecuzioni per i narcotrafficanti. Importante è però leggere che è in corso un calo del supporto a queste pratiche da parte dell'opinione pubblica e questo aspetto fa ben sperare per il futuro.

Le ragioni principali che permangono in quella parte di opinione pubblica favorevole alla pena di morte per reati connessi alla droga sono: che serve come deterrente (55%) e che favorisce la giustizia (37%), mentre un per un non trascurabile 7% "è che così si risolvono i problemi della droga".

Sta di fatto che la pena di morte è un retaggio del passato, un anacronismo per liberarsi dal quale Nessuno tocchi Caino con il Partito Radicale hanno portato al successo la moratoria universale delle esecuzioni capitali con una risoluzione che nel voto di dicembre da parte dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha avuto il sostegno di 121 Paesi, mentre i contrari sono stati solo 35 e agli astenuti 32.

Insomma, l'abolizione della pena di morte è un processo storicamente in atto che bisogna solo accelerare. Una politica di legalizzazione, anziché di repressione, dell'uso di sostanze stupefacenti darebbe un contributo enorme anche in questo senso.

 

*Statistico, collaboratore di Nessuno tocchi Caino

 

 

 

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