Catania: le borse "Made in Prison" nelle boutique tolte alla mafia

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Corriere della Sera, 12 dicembre 2015

 

L'ex direttrice artistica accessori nel gruppo di famiglia promuove un'altra iniziativa sociale, per il recupero delle detenute nel carcere di Catania.

Dopo il disastro dei beni sequestrati ai boss, dopo l'allegra gestione dell'impero "Bagagli" (marchio siciliano di borse e valigie) con una catena di negozi strappati alla mafia, ma a rischio fallimento, nelle eleganti boutique Bagagli del centro di Palermo arriva Ilaria Venturini Fendi, una delle eredi della famosa casa di moda, per risollevare l'economia e l'immagine offuscata da una disastrosa amministrazione giudiziaria. Per farlo, alla vigilia di Natale, arriva esponendo in vetrina le borse confezionate dalle detenute del carcere di Catania nel quadro di un progetto di recupero chiamato non a caso "Made in Prison", pezzo forte del marchio di design sostenibile "Carmina Campus".

Riscatto e speranza. Eccessi di produzione, fondi di magazzino, materiali già esistenti ma con piccoli difetti, scarti industriali sono la materia prima per oggetti in cui si condensa la speranza di un riscatto. Double face. In carcere e fuori. Anche in questi punti vendita che una sorta di cricca di giudici e amministratori dall'estate scorsa sotto inchiesta avrebbe tentato di usare per assunzioni clientelari e arricchimenti personali. Una brutta storia con cinque magistrati indagati dai colleghi di Caltanissetta e allontanati da Palermo.

Nuova vita. Si cambia rotta e Ilaria Venturini Fendi accoglie il caloroso invito del nuovo amministratore giudiziario, l'avvocato palermitano Antonio Coppola, succeduto al figlio di uno dei cinque magistrati coinvolti, di dare spazio alle borse create dalle detenute. "Solo il 10 per cento delle detenute impegnate in queste esperienze di lavoro torna a delinquere", spiega Caterina Micolano, portavoce di "Sociallymadeinitaly", artefice delle iniziative che consente alle donne dietro le sbarre di costruire un'alternativa alle loro vite.

Dopo l'Africa. Per Ilaria Venturini Fendi è la seconda volta che ricomincia dal sociale, dopo il primo totale cambio di stile di vita. A lungo nell'azienda di famiglia come direttore creativo degli accessori, lasciato il gruppo, è diventata imprenditrice di un'azienda agricola biologica alle porte di Roma. Prima l'Africa. Con "Carmina Campus" a lungo impegnata in Camerun con l'International Trade Centre (Itc), un'agenzia congiunta delle Nazioni Unite e dell'Organizzazione mondiale del commercio, per una linea interamente prodotta con materiali reperiti localmente. Poi il ritorno a casa. Nelle carceri. Per un progetto di training e lavoro in alcuni penitenziari. Impegno monitorato dal ministero della Giustizia, attuato con un pool di cooperative sociali collettivamente riunite sotto "Sociallymadeinitaly". E nel marzo 2015 hanno potuto presentare la prima collezione di borse frutto di questa collaborazione certificata dal Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria con marchio dal nome eloquente: "Sigillo".

Vetrine illuminate. Di questo si parla al convegno di Villa Bordonaro, sabato 12 dicembre, con Ilaria Venturini Fendi a contatto con il pubblico, nella boutique di via XX Settembre 54, una delle vetrine sulle quali Cosa nostra aveva steso la sua rete, senza immaginare che un giorno a confezionare le borse sarebbero state le detenute che a quel mondo si stanno ribellando. Un modo per chiedere una mano alla Palermo perbene. Anche per non spegnere le luci di quelle vetrine, come si augurano i nuovi magistrati della ricostruita sezione Misure di prevenzione. Dimostrando che senza la mafia e senza intrallazzi è meglio.