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Caso Cucchi. La doppia morte di un cittadino di serie B

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di Carlo Bonini

 

Venerdì di Repubblica, 10 agosto 2018

 

Stefano era "un tossico di merda". Per questo è stato ucciso. Con le botte, appena arrestato. E poi con le bugie e l'omertà nei nove anni di processi non ancora finiti. Ci sono storie che raccontano non solo il destino di chi ne è protagonista. Ma che, per la loro forza simbolica, diventano archetipo, misura di un tempo, termometro dello stato di salute di una democrazia e del suo corpo vivo: i suoi cittadini. E dunque diventano "collettive".

La storia di Stefano Cucchi - giovane geometra romano tossicodipendente, morto nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 2009 dopo soli sei giorni di detenzione nel reparto di medicina protetta dell'ospedale Sandro Pertini in conseguenza delle lesioni subite durante un violentissimo pestaggio di cui era stato vittima da parte dei carabinieri che lo avevano arrestato - è una di queste. Perché Stefano Cucchi è stato ucciso dallo Stato che lo aveva preso in custodia (e alla cui custodia si era affidato senza opporre alcuna resistenza) almeno due volte.

Come accade solo agli "ultimi". Agli uomini e alle donne di cui si è certi che nessuno verrà a reclamare giustizia. Rottami da consegnare a una discarica. Da vivi, o da morti. Stefano Cucchi è stato ucciso una prima volta, in quell'autunno del 2009, dalla violenza dei carabinieri che del suo corpo avrebbero dovuto, al contrario, assicurare l'incolumità e l'intangibilità, nonché dal cinismo dei medici che, avendolo in cura, lo avrebbero lasciato morire in un letto di ospedale senza avere mai contezza che quella che avevano di fronte era l'agonia di un giovane uomo devastato dal dolore di una schiena dalle vertebre spezzate e non l'irragionevole resistenza di un tossico a sottoporsi alle cure.

Ed è stato ucciso, una seconda volta, nei nove lunghissimi anni necessari per individuare e portare alla sbarra i responsabili delle violenze su Stefano in un processo che sta ora celebrando il suo primo grado e in cui sono imputati, a diverso titolo, cinque carabinieri per omicidio preterintenzionale, calunnia, falso e abuso. Durante questi nove, lunghissimi anni, solo la resilienza della famiglia Cucchi - Ilaria, la sorella di Stefano, Rita e Giovanni, i suoi genitori - del suo avvocato di parte civile, Fabio Anselmo, e del perito di parte, Vittorio Fineschi, insieme al lavoro di un giovane e coraggioso pubblico ministero, Giovanni Musarò, sono riusciti infatti a venire a capo della coltre di depistaggi, menzogne, ignavia con cui lo Stato si è mostrato incapace di individuare e punire in modo esemplare chi, in suo nome, aveva tradito il giuramento di fedeltà alla Costituzione come anche quello di Ippocrate.

Perché lo Stato, finché ha potuto, non si è lasciato processare e, come lui, non si è lasciata giudicare la corporazione dei medici, la sua "scienza", che in questa storia ha svolto un ruolo cruciale. Perché improvvisamente balbettante, incerta fino alla reticenza, contraddittoria, nel dare risposta a una semplice domanda: le cause della morte di Stefano. Senza comprendere che la ricerca dell'impunità sarebbe risultata ancor più intollerabile della responsabilità o corresponsabilità, anche soltanto sotto il profilo omissivo, di un omicidio.

E tutto questo, per un solo motivo. Stefano Cucchi-come avrebbero testimoniato le intercettazioni telefoniche delle conversazioni tra i carabinieri che lo avevano pestato - è stato consegnato al suo destino dalla ferocia di un senso comune collettivo che, dopo lunghe prove generali, si è fatto oggi maggioritario. E per il quale, di fronte alla legge degli uomini non si è tutti uguali. Ma qualcuno lo è meno.

Stefano Cucchi è morto perché era "un drogato di merda". E come ogni "drogato di merda", "frocio di merda", "immigrato di merda", come ogni cittadino considerato di "serie B", non ha meritato il rispetto delle garanzie dello Stato di diritto di fronte al quale, al contrario, tutti dovremmo essere uguali. Né ha meritato la compassione e la cura della Medicina. Nei confronti di Stefano, la notte del suo arresto in flagranza per spaccio, la sentenza di condanna e la sua esecuzione per vie brevi, fu assicurata da una "squadretta" di carabinieri abituata - sono ancora gli atti dell'inchiesta a documentarlo - a dare ai malcapitati che finivano nella sua giurisdizione" di quartiere una lezione che altrimenti la giustizia penale non avrebbe dato, secondo il radicato senso comune per cui "a quelli" - ai "drogati e spacciatori di merda" - "nessuno gli fa mai niente". E nei confronti di Stefano la macchina infernale della giustizia penale per direttissima non ebbe né tempo, né scrupolo di indagare quelli che, il giorno dell'udienza di convalida dell'arresto, già apparivano come i segni di una violenza subìta.

Ma nei confronti di Stefano si consumò una seconda e altrettanto decisiva forma di violenza. Nei quattro giorni trascorsi nel reparto ospedaliero di "medicina protetta" (terribile eufemismo per definire una struttura carceraria all'interno di un ospedale che della protezione risultò essere l'antitesi), a Stefano apparve l'altro e altrettanto feroce aspetto del senso comune che aveva armato la mano dei carabinieri. I medici dell'ospedale Pertini di Roma non lo avrebbero infatti mai considerato innanzitutto e prima di tutto un paziente. Ma, innanzitutto e prima di tutto "un tossico detenuto", "non collaborativo".

Dunque, da abbandonare al suo letto-sudario e alle sue disperate manifestazioni di insofferenza liquidate come pulsioni autolesioniste. Da degnare dello sguardo strettamente necessario a rispettare i protocolli (il primario del reparto non si sarebbe mai affacciato nella cella-stanza di Stefano durante l'intero arco del suo ricovero, neanche quando le sue condizioni sarebbero cominciate a precipitare). E da sedare con robuste dosi di antidolorifici che lo facessero dormire. In un florilegio di annotazioni nelle cartelle cliniche che non avrebbero registrato neppure ciò che era riscontrabile a occhio nudo (l'arrivo di un paziente con catetere e incapace di sostenere la posizione supina). E che, al momento del decesso, avevano fatto sì che la vescica di Stefano fosse ridotta alle dimensioni di un pallone. Non vuole mangiare? Peggio per lui. Non vuole bere? Che sappia che così non va bene e dunque dovremo mettergli una flebo. Dice che si è fatto male cadendo dalle scale? Se lo dice lui.

L'importante è che firmi un foglio che faccia stare le carte a posto e in forza del quale se le cose dovessero mettersi male, si potrà sempre dire (come verrà per altro detto nel caso di Stefano) che il ragazzo è morto perché, di fatto, "si è suicidato" rifiutandosi di bere e di mangiare. Per la morte di Stefano, lo Stato ha processato in tre gradi di giudizio, assolvendoli in via definitiva, gli agenti di polizia penitenziaria che lo avevano avuto in custodia nei sotterranei del Palazzo di Giustizia il giorno dell'udienza del suo processo per direttissima.

E per anni, nella percezione dell'opinione pubblica, sono stati loro i colpevoli, senza tuttavia esserlo. Calunniati dai carabinieri che del pestaggio erano i responsabili e che dunque li sapevano innocenti. Quegli stessi carabinieri su cui l'occhio strabico delle indagini non avrebbe mai posato lo sguardo fino a quando non sarebbero arrivate le decisive testimonianze di chi, detenuto come lui, durante la sola notte trascorsa in carcere a Regina Coeli, aveva raccolto le confidenze di Stefano su chi lo avesse ridotto in quelle condizioni.

E di chi, carabiniere come i carnefici di Stefano, si sarebbe ribellato all'omertà del Corpo, raccontando ciò che aveva visto la notte dell'arresto e ciò che aveva sentito nei giorni successivi alla sua morte, quando quello di Cucchi era diventato "un caso". In una micidiale inversione dei ruoli, per nove anni, a essere processati sono state le vittime. La famiglia Cucchi (a cominciare da Ilaria), e lo stesso Stefano, che non poteva più difendersi. A loro è stato ferocemente chiesto conto di cosa andassero cercando. Peggio, quale risarcimento pretendessero, essendo Stefano un tossico dal destino segnato.

E tutto questo, mentre i carabinieri, nell'ombra, manomettevano le prove della loro responsabilità. E i medici del Pertini conoscevano una sorte giudiziaria che la dice lunga sul disonore con cui la corporazione medica comunque uscirà da questa vicenda. Forti dell'incredibile asserzione, figlia di perizie contrastanti, che era stato impossibile accertare le cause della morte di Stefano, che non era possibile stabilire un nesso tra le vertebre spezzate e l'arresto del cuore di Stefano, i medici del Pertini, dopo una condanna in primo grado, sono stati infatti per due volte assolti in appello e per tre volte rimandati a giudizio da una Corte di Cassazione, coraggiosa nel non arrendersi all'indecenza di una scienza medica incapace di stabilire, una volta per tutte, se cure diverse o adeguate nel reparto di "medicina protetta" avrebbero salvato la vita a Stefano (il terzo processo di appello ai medici è cominciato in aprile).

Ammesso ce ne fosse bisogno, tutto questo è la dimostrazione di quanto intollerabili siano e continuino ad essere le domande che il corpo di quel ragazzo, il suo volto ridotto a teschio tumefatto, continuano a porre da quell'ottobre di nove anni fa. E di come la storia di Stefano parli e continui a parlare a ciascuno di noi. Al fondo limaccioso della coscienza del Paese. Alla mancanza di coraggio dei suoi apparati, ai suoi vigliacchi tartufismi, alle nuove e antiche parole d'ordine che in questi anni hanno provato a riscrivere anche la storia di Stefano Cucchi imprigionandola in un'intollerabile quanto miserabile antitesi: "stare con l'Arma", "stare con i tossici". Una parola d'ordine buona ieri per Stefano. E oggi, per tanti altri "di serie B" come lui. Italiani e non.

 

 

 

 

 

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