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Caro Conte, salvi Radio Radicale

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di Francesco Merlo

 

La Repubblica, 17 aprile 2019

 

Caro Giuseppe Conte, caro presidente, non le scriviamo per costringerla a fare le cose che non vorrebbe fare, ma per aiutarla a fare le cose che vorrebbe e non riesce a fare. Perdoni questo inizio in "pannellese", ma noi di Repubblica non ci saremmo rivolti a lei, affidandole la nostra speranza di salvare Radio Radicale e dunque l'impareggiabile servizio pubblico che offre e il bellissimo mondo di passione e di lavoro che rappresenta, se non avessimo letto e pubblicato il suo dialogo così non-violento, spiritualista e moralmente energico con Emanuele Severino.

Non so quanto Severino le abbia fatto bene, ma certo è stato sorprendente non solo per la povera e nuda filosofia che lei ha onorato, ma anche per la tensione morale che ci è parsa appunto radicale, come la radio che quel simpaticone del sottosegretario Crimi vorrebbe spegnere, con motivazioni diciamo così alla carlona, che invece non ci sorprendono.

Abbiamo, insomma, pensato che lei non avrebbe permesso questo delitto quando, lunedì sera, il sottosegretario ha annunziato, con uno sbrigativo ma ardente (ardito?) burocratese, ben peggiore del sincero vaffa dal quale proviene, la futura e vicina morte di Radio Radicale, che è una comunità morale e politica, è un'Italia pulita, ed è un'informazione, essenziale alla nostra fragile democrazia, che ha resistito per più di quarant'anni a ogni genere di assalto.

La premessa è che, a fondamento di quel suo dialogo con uno dei grandi del Novecento, ci sia la forza della libertà. Creda a noi, professore, non si possono "sradicalizzare" i Radicali e dunque non si può seppellire Radio Radicale con lo stile cerimonioso, i toni bassi della voce, i passi felpati di una funzione alla quale, a volte, la costringe il contratto di governo di cui è garante.

È un affare di coscienza, una faccenda, vale a dire, in cui si ha da vedersela con la propria coscienza, per non arrossire un giorno di fronte a noi stessi e uno di fronte all'altro. Certo, ci fosse ancora di mezzo il corpo di Pannella, che nell'astinenza diventava diafano, smunto, tutto pelle, ossa e occhi stralunati, sarebbe meno difficile per lei salvare i preziosi servizi della radio, non importa come, ma certo non affidandola alla presunta libertà del mercato e alla sua famosa flessibilità. Lei è pugliese e sa che, quando non c'è nessun mercato, la flessibilità è solo un'astuzia alla quale, dalle nostre parti, si risponde così: "cca niusciuno è flesso".

Radio Radicale, che è per statuto un servizio pubblico, senza pubblicità, senza guadagni e, virtuosamente, senza passivi, è da un lato il microfono aperto dentro le istituzioni, con le dirette dalla Camera e dal Senato, dai congressi di partito, dalle aule di giustizia.

Dall'altro lato è la radio dei radicali, da Salvemini a Pasolini, da Ernesto Rossi a Leonardo Sciascia, da Domenico Modugno a Vasco Rossi, da Umberto Veronesi a Franco Battiato, ai suoi direttori, da Lino Jannuzzi a Massimo Bordin e ad Alessio Falconio: è "il ragionevole sregolamento di tutti i sensi" come recita il verso di Rimbaud che Pannella scelse per manifesto politico. Non pretendiamo che le piaccia sempre e comunque, ma solo che lei intervenga perché continui a vivere, e con la ragione non con la pietà. Ci sono ancora corpi radicali che per nobilitare la politica passano la vita mettendo a rischio la vita, una piccola folla di digiunatori per la radio, tutti in fila dietro Rita Bernardini che delle carceri italiane è la regina bella e dolente, Maria Antonietta Coscioni, Paola Di Folco, Irene Testa, Maurizio Bolognetti.

C'è anche il corpo ingiuriato di Massimo Bordin che, con la sua straordinaria rassegna stampa, racconta la politica italiana da oltre trent'anni, ed è diventato, senza volerlo, il leader della comunità di Radio Radicale, l'ultimo dei moicani, il radicale libero, l'erede, via radio, di Marco. Ma è come se Pannella gli avesse trasmesso, con la sua forza, un eccesso di vita, un ingorgo di impulsi troppo potente. Con la sua bandiera stinta nelle mani stanche, è la montagna che sopravvive alla fede che l'ha spostata. Si ricordi, presidente, che Radio Radicale ha superato gli abbordaggi corrottivi di Berlusconi e prima ancora le mortali astuzie della Dc, le ingiurie del partito comunista e le minacce del terrorismo.

E si è dimostrata più viva degli stessi politici radicali. Nel mondo radicale solo la radio ha saputo reagire con la vita alla morte del fondatore e protettore. Non rinnovare la convezione, negando a questa radio i 5 milioni che a maggio le spetterebbero, graverebbe come un peso di responsabilità sull'anima collettiva di un governo e di un Movimento, quello dei 5 stelle, che nato per spazzare via il cosiddetto Ancien Régime, spazzerebbe via la sola comunità di giornalisti che l'Ancien Régime ha raccontato, ma non ne ha mai fatto parte e anzi lo ha sempre combattuto. Poco prima di morire Pannella, che pure non era canterino, mi disse che c'era un canzone che da un po' di tempo gli tornava alla mente, anche in sogno, "come una febbre musicale".

Eccola: "ma pecché pecché ogni sera / penso a Napule com'era,/ penso a Napule comm'è". Caro presidente, il passato ci segue tutto intero, galoppa al nostro fianco. "La durata è la forma delle cose" significa che il grosso mangiafuoco logorroico, imprigionato nel ruolo di digiunatore, è nel flusso della sua coscienza di presidente, anche lo scheletro del Pinocchio imbavagliato che, con il girocollo nero e il naso affilato, beve la sua orina in tv per salvare Radio Radicale. Le aggiungiamo che ci sembrano cattivi presagì gli eccessi di difesa di Radio Radicale, i testimonia) che firmano tutti gli appelli delle battaglie perse, gli abbracci che la soffocano, e capisco che sotto sotto ci sia chi vuol prendersi la rivincita sul morto diventando ora pannelliano, e spesso sono gli stessi che da vivo volevano spegnere Pannella e oggi compongono coccodrilli per la radio come omaggi funebri, lapidi cimiteriali, pietre tombali sul sarcofago nel lungo viale italiano dei monumenti ai caduti.

Radio Radicale è viva, è molto ascoltata, serve tutte le istituzioni e tutti i partiti, compreso il suo. Trovi il modo di aiutarla, si faccia sentire, faccia in quella radio quel che ha fatto in Libia. Caro presidente, quell'articolo che ha mandato a noi, proprio a noi che siamo e saremo avversari del suo governo, non ci è sembrato un trucco retorico di propaganda, ma un bisogno di verità. Abbiamo cioè creduto che per lei conti molto il rispetto della gente con cui ci si intende anche quando ci si morde, e che davvero lei abbia bisogno della stima dell'avversario soprattutto quando, come sta capitando dentro il governo che lei presiede, sono in via di esaurimento la lealtà dell'amico e l'amicizia dell'alleato.

Ci pensi. Se davvero imboccasse la strada senza ritorno della violenza contro l'informazione libera, non il suo governo ma il suo Movimento 5 stelle potrebbe presto trovarsi disprezzato dall'avversario e abbandonato dall'amico. Di tutti gli errori che ha commesso questo sarebbe il definitivo, il più nefasto. Non ci deluda, presidente. Come diceva Leonardo Sciascia: "Se bussiamo a quella porta è perché sentiamo che ci stanno aspettando".

 

 

 

 

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