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Carceri senza giustizia

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di Domenico Fargnoli (Psichiatra)

 

Left, 19 gennaio 2018

 

Nessuna riforma penitenziaria risulterà efficace se prima non si abolisce del tutto la mentalità che fa leva sul concetto di pena. Occorre una visione dell'uomo che esca completamente dall'ideologia religiosa, dal concetto di peccato e di male e di espiazione attraverso la sofferenza. La giustizia non può essere confusa con la vendetta e la disumanizzazione. Abolire il carcere ma garantire ugualmente la giustizia in una società come la nostra ossessionata dalla sicurezza per la presenza della mafia e del pericolo del terrorismo e di una criminalità spesso impunita, può sembrare un'utopia.

Visto dall'esterno il carcere sembra l'unico baluardo a difesa della legalità, un deterrente peraltro inefficace per frenare una violenza diffusa rivolta contro una popolazione inerme. Se cambiamo prospettiva e analizziamo le statistiche il quadro si presenta in modo differente. Chiediamoci a cosa serve il carcere: a riabilitare il reo come vorrebbe la nostra Costituzione, ad aiutarlo ad inserirsi con un nuovo atteggiamento nel tessuto sociale o invece serve ad esercitare tutt'al più una vendetta contro chi si è trovato dalla parte sbagliata?

Oggi è abbastanza chiaro che il sistema penitenziario non riesce ad assolvere, nella stragrande maggioranza dei casi, ad alcuna funzione positiva se non quella di impedire la reiterazione temporanea di delitti gravissimi: esso è divenuto il contenitore amorfo, oltre che della criminalità, della devianza, della povertà, della malattia mentale o della vecchiaia con costi sociali elevatissimi. In quest'ottica la proposta degli abolizionisti potrebbe avere un senso.

I resoconti di coloro che conoscono i numeri relativi alla realtà carceraria e, in qualunque modo, ne abbiano avuto esperienza diretta, dipingono uno scenario allucinante e disumanizzante ai limiti dell'incredibile, soprattutto perché esso si delinea all'interno di una società che pretende di essere civile e che sbandiera il vessillo della democrazia e dello stato di diritto. Al 31 dicembre 2017 secondo i dati diffusi dal ministero di Giustizia, i carcerati italiani erano 57.608 dei quali 19.745 stranieri cioè il 37,2%. Rispetto alle possibilità recettive degli istituti il tasso di sovraffollamento è del 113,2% con punte che sfiorano in alcune situazioni il 180%. La percentuale delle recidive è del 68%.

Il carcere quindi non riduce il tasso di criminalità ma consegue il risultato contrario, affinando la capacità di delinquere, rafforzando il tessuto dell'illegalità attraverso la negazione di ogni alternativa di vita: i detenuti sperimentano il dramma di una disperazione che appare senza uscita e che li spinge spessissimo, se non a reiterare le loro condotte criminali, al suicidio. Il sovraffollamento lascia a ciascuno 4 metri di spazio vitale, una condizione al di sotto della quale si ha una vera e propria tortura.

La media nell'ultimo decennio è di un suicidio alla settimana. Anche le guardie carcerarie hanno un tasso estremamente elevato di suicidi. L'uso quasi generalizzato degli psicofarmaci, in assenza quasi totale di un supporto psicologico, solo in parte tampona una situazione di vita nella quale il soggetto appare spogliato della sua umanità, dagli esiti devastanti.

I reclusi, inoltre, frequentemente subiscono abusi da parte di altri reclusi se non dalle guardie carcerarie che, in alcuni casi documentati e riportati dalla cronaca, hanno agito una violenza cieca, addirittura con esiti omicidi. Gli individui in regime di carcerazione preventiva in Italia sono il 34,6%, in larga misura stranieri che hanno violato la legge Bossi-Fini.

Nelle prigioni si evidenzia l'effetto di un razzismo istituzionale, tradotto in provvedimenti legislativi che colpiscono gli "irregolari" senza fissa dimora. Inoltre in anni recenti gli istituti penitenziari hanno visto l'emergere di un fenomeno nuovo, "la radicalizzazione" che è stata alla base del reclutamento del terrorismo dell'Isis. I mussulmani hanno costituito nella reclusione comunità chiuse e subito un doppio processo di segregazione che ha rafforzato il radicalismo e la ricerca di un'identità legata al fondamentalismo religioso.

Dato che gli effetti negativi del carcere sono ampiamente dimostrati mentre quelli positivi, a parte il contenimento della criminalità violenta, a tutt'oggi sono da dimostrare, la prospettiva abolizionista cercherebbe di risolvere alla radice un problema che ha una sua evidenza basandosi su dati certi e verificabili. Sorgono inevitabilmente domande alle quali si deve rispondere. Abolire il carcere vorrebbe dire abolire del tutto la pena in quanto inutilmente afflittiva senza nessun vantaggio secondario?

Di questa opinione mi pare fossero Vittorio Foa e Altiero Spinelli, entrambi carcerati durante il fascismo. L'abolizionismo penale, per coloro che lo professano, prevede la sostituzione della sanzione punitiva, ritenuta inutilmente afflittiva, con strumenti pedagogici e di controllo rivolti a modificare il comportamento e l'ideazione del reo. E qui, verrebbe da dire, insorge la vera difficoltà.

Bisogna infatti ricordare come il carcere, come il suo parente più prossimo il manicomio, nasce nel contesto di una pedagogia e di un filantropismo di stampo illuministico. Il trattamento morale, (morale nel senso di mentale) di Pinel e Esquirol di fatto scaturiva da un'intenzionalità pedagogica solo in parte mascherata da altre forme di intervento che agivano sulle emozioni, nella quale l'allontanamento dal contesto sociale e la segregazione giocavano un ruolo di primo piano.

La solitudine nelle celle di isolamento, la scansione ritmata del tempo e della socialità come in un regime monacale, avrebbe avuto il compito di risvegliare la coscienza morale attraverso un percorso di inevitabile sofferenza. Il manicomio, ma anche il carcere, si proponeva come città ideale all'interno delle quali anche attraverso apposite forme architettoniche, sarebbe dovuto nascere un "uomo nuovo". Si pensava che in questo modo si sarebbero potute costruire vere e proprie "macchine per guarire" come diceva Jean-Etienne Dominique Esquirol.

Quest'ultimo progettò, quando ne assunse la direzione negli anni Trenta dell'Ottocento, la ristrutturazione dell'Asilo di Charenton, creando uno stile rigorosamente neoclassico, insieme all'architetto Emile-Jacques Gilbert. I malati contenuti prima con delle sbarre sostituite poi con invisibili "salti di lupo" venivano immersi lungo tutto l'arco della giornata, in un'atmosfera di razionalità grandiosa che avrebbe dovuto assoggettare la loro parte malata. Jeremy Bentham, filosofo e giurista inglese, ideò una nuova struttura penitenziaria chiamata Panoptique: egli presentò il suo progetto all'Assemblea francese nel 1791.

Il vantaggio fondamentale del panottico, che per la sua particolare forma, consentiva un controllo visivo continuo e anonimo dei detenuti, avrebbe dovuto risultare evidente: "Essere continuamente sotto gli occhi di un ispettore - diceva Bentham, avrebbe significato in effetti perdere il potere di fare il male e quasi il pensiero di volerlo fare".

Un Panottico fu costruito intorno al 1870 nel ex ospedale psichiatrico di Siena a testimonianza di quel processo di ibridazione fra manicomio e carcere che porterà all'istituzione sotto l'influenza della antropologia criminale di Lombroso, al manicomio giudiziario destinato ai delinquenti nati, soggetti che sarebbero stati caratterizzati da una pericolosità sociale. Recentemente gli ospedali psichiatrici giudiziari, divenuti nel corso del tempo veri e propri lager sono stati aboliti dalla legge 81 che ha istituito delle piccole strutture chiamate Rems, adibite alla cura e alla sorveglianza.

Di fatto, gran parte della popolazione degli ex ospedali giudiziari è stata spalmata sul territorio e messa a carico del servizi psichiatrici. Questi ultimi si trovano a dover fronteggiare complesse situazioni giuridiche e psicopatologiche senza i mezzi idonei per poter intervenire adeguatamente. L'abolizione di una struttura carceraria o simil-carceraria di fatto lascia aperti dei problemi che vengono semplicemente delocalizzati e apparentemente occultati per l'effetto della loro dispersione. Qualcosa di analogo è accaduto con la legge 180 e la chiusura dei manicomi che ha ingenerato una serie di difficoltà delle quali non si è mai venuti a capo (cfr. Left del 28 ottobre 2017): l'abbattimento delle mura considerata una vera e propria rivoluzione, ha spostato in altra sede l'onere della cura della malattia mentale, che continua a esistere al di fuori di quelle che venivano chiamate "istituzioni totali".

È la logica di nascondere la polvere sotto il tappeto. La situazione attuale delle carceri, come lo era stata prima quella dei manicomi e degli ospedali psichiatrici giudiziari, deriva dal fallimento catastrofico, consumatasi in due secoli, della pedagogia di stampo illuministico, di un'illusione di una terapia razionale che ha dato forza alle teorie genetiche ed innatiste dell'organicismo imperante sia nel campo della criminologia, che della psichiatria.

Che senso dobbiamo dare allora all'idea di "abolire il carcere"? Il carcere va ridotto alla sua struttura essenziale attraverso un'incisiva depenalizzazione di molti reati minori, la riduzione drastica dell'ambito di applicazione della carcerazione preventiva, la limitazione della libertà personale attraverso misure non carcerarie, l'utilizzazione di pene alternative. Data la massiccia presenza di stranieri, fondamentali appaiono nuove politiche adottate nei confronti dei fenomeni migratori ai quali non si può far fronte con strategie poliziesche e securitarie.

Qualunque riforma carceraria risulterà inefficace se non si abolisce del tutto, quella sì, la mentalità penitenziaria che fa leva sul concetto di "pena". Quest'ultima ha un'accezione religiosa, penitenziale ed afflittiva ed una razionale.

Cesare Beccaria sosteneva che la pena, in una logica retributiva va commisurata al delitto: quante volte sarebbe dovuto morire Eichmann a Gerusalemme per soddisfare questo criterio?

Per realizzare un diverso approccio alla criminalità nel suo intreccio con la malattia mentale è evidente che sia necessario far riferimento ad una nuova antropologia. Bisogna far sì che il carcere funzioni sullo sfondo di una visione dell'uomo, della politica e della giustizia che esca completamente dall'ideologia religiosa, dal concetto di peccato e di male e di espiazione attraverso la sofferenza: la giustizia non può essere confusa con la vendetta, la tortura e la disumanizzazione.

 

 

 

 

 

 

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