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Carceri, passato il voto la riforma va recuperata

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di Giovanni Fiandaca

 

Il Mattino, 13 marzo 2018

 

Dovremo annoverare la riforma penitenziaria tra le grandi occasioni mancate del governo Gentiloni, nonostante le plurime promesse fatte dallo stesso premier e dal guardasigilli Orlando fino a pochi giorni prima del voto del 4 marzo? Quanti avevamo confidato che la seduta del Consiglio dei ministri del 22 febbraio scorso potesse davvero segnare il punto di svolta, abbiamo dovuto prendere atto di aver nutrito un eccesso di ottimismo contrastante con la prudenza tipica del realismo politico.

Avevamo cioè sottovalutato la preoccupazione che approvare nell'imminenza della competizione elettorale i decreti attuativi della riforma, e in particolare quello che estende i presupposti di applicabilità delle misure alternative al carcere, avrebbe potuto comportare una perdita di voti specialmente a favore della destra.

Mentre, ad una settimana dalla battaglia elettorale e dalla sonora sconfitta del Pd, vale a dire il principale partito promotore della revisione ammodernatrice dell'ordinamento penitenziario, c'è adesso da chiedersi se la partita sia definitivamente chiusa o restino spazi di intervento per lo stesso governo Gentiloni ancora in carica (tanto più che esso sembra destinato a durare per il tempo verosimilmente non brevissimo necessario a dar vita a quel nuovo governo, del quale rimangono allo stato ancora oscuri i possibili tratti identitari e i possibili scopi programmatici).

Come studioso di diritto penale ormai di lungo corso, e soprattutto nel mio ruolo operativo di garante siciliano dei diritti dei detenuti, non posso non auspicare che l'attuazione della riforma carceraria continui a essere perseguita come un obiettivo, ideale prima che politico, meritevole di essere realizzato in ogni caso.

Ciò a dispetto di possibili valutazioni di opportunità contingente. E anche a dispetto - aggiungerei - di eventuali dubbi di persistente legittimazione (sostanziale prima che formale) a condurre in porto un'impresa riformistica pur sempre riconducibile a un partito e a una compagine governativa non certo premiati dal voto recente.

Infatti, al di là degli attuali rapporti di forza e delle difficili dinamiche politiche nel frattempo innestatesi, un punto è fuori discussione: la necessità di modificare in senso migliorativo, e più adeguato ai tempi il sistema penitenziario, corrisponde all'interesse generale. Diversamente da quanto una cattiva e interessata propaganda ha cercato di far credere, alimentando le paure collettive per facile tornaconto elettorale, il carcere così com'è non costituisce l'unica o più efficace risposta contro la criminalità. Tutt'altro.

Un carcere come luogo di reclusione senza speranza, destinato a isolare il condannato e a escluderlo dalla società come un nemico da bandire, lungi dal riabilitare, incattivisce i delinquenti e provoca effetti per un ver so ulteriormente desocializzanti e, peraltro verso, criminogeni. Migliorare le condizioni di vita penitenziaria, promuovere i percorsi rieducativi ed estendere l'accesso alle misure extra detentive, m realtà, non equivale affatto a sposare un clemenzialismo buonista.

Vuol dire, al contrario, puntare in modo più intelligente e credibile al rafforzamento della stessa sicurezza collettiva. Come le statistiche criminali mettono infatti in evidenza, sia in Italia sia all'estero, i condannati che scontano tutta la pena in carcere tendono a ricadere nel delitto in percentuale molto maggiore rispetto a quelli che sperimentano anche misure alternative alla detenzione (come, ad esempio, l'affidamento in prova al servizio sociale).

E sempre le indagini statistiche, altresì, attestano che tornano a delinquere di meno quei condannati che durante l'espiazione della pena beneficiano di opportunità lavorative, anche intramurarie. Se così è, una seria riforma penitenziaria richiede dunque non soltanto uno svecchiamento della disciplina normativa, ma anche un rilevante incremento di risorse pubbliche finalizzate a promuovere i corsi di formazione professionale e le offerte lavorative all'interno delle stesse carceri.

D'altra parte, non è neppure vero - come ha obiettato in modo affrettatamente allarmistico qualche esponente della magistratura d'accusa che alcune novità rischierebbero di indebolire la lotta al crimine organizzato e ammorbidirebbero il cosiddetto carcere duro.

Come è stato con onestà rilevato anche dall'interno del mondo giudiziario, dalla riforma sono infatti esclusi i reati di mafia e terrorismo e da essa non viene per nulla intaccato il regime speciale del 41bis (tra le prese di posizioni più lucide ed efficaci a difesa della riforma ad opera di magistrati, cfr. ad esempio quella di Piergiorgio Morosini sul Fatto del 21 febbraio scorso).

L'esigenza di non vanificare il meritorio impegno speso dal ministro Andrea Orlando, prima con la creazione degli "Stati generali" dell'esecuzione penale, e successivamente con l'emanazione della legge - delega e la preparazione dei conseguenti decreti delegati, ha già sollecitato alcuni appelli pubblici per la definitiva approvazione della riforma carceraria firmati da numerosi intellettuali, professori universitari di diritto e magistrati. Nella medesima scia si collocano i due giorni di astensione dalle udienze deliberati per il 13 e il 14 marzo dall'Unione Camere penali, unitamente a una manifestazione nazionale a Roma (13 marzo).

È costituzionalmente improprio o politicamente illusorio sperare che il governo Gentiloni, ancorché in scadenza, non smentisca le molte promesse vanificando il tanto lavoro già fatto, e (almeno) tenti di portare a compimento l'attuazione di una riforma di civiltà, che gli viene a tutt'oggi richiesta - oltre che da una popolazione carceraria da tempo in attesa e dall'insieme dei Garanti nazionale e territoriali - da ampi settori del mondo della cultura e dell'università, dall'avvocatura e da larga parte della stessa magistratura?

 

 

 



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