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Carceri, la riforma in bilico

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di Samuele Cafasso

 

lettera43.it, 22 febbraio 2018

 

In Consiglio dei ministri arrivano i decreti sull'ordinamento penitenziario. Il ministro Orlando tira dritto nonostante la richiesta di un giro di vite da parte del Senato. Ma i tempi per l'ok definitivo sono stretti. La riforma dell'ordinamento penitenziario può essere l'ultima approvata dal governo Gentiloni prima della sua uscita di scena. Oppure tutto può finire nel cassetto delle iniziative senza seguito, vanificando così i due anni di lavoro degli Stati generali dell'esecuzione penale coordinati da Glauco Giostra con l'obiettivo di individuare le strade migliori per evitare il sovraffollamento delle carceri e la detenzione in condizioni degradanti, costate all'Italia una condanna da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo nel 2013 (sentenza Torreggiani).

Il cdm decide. La questione è all'ordine del giorno del Consiglio dei ministri fissato per il 22 febbraio. La strada è stretta: da una parte ci sono i tempi brevi per l'approvazione definitiva, dall'altra la pressione della campagna elettorale e il timore che la riforma sia usata dal centrodestra per accreditare l'idea di un governo "debole" con i criminali. Tecnicamente la riforma è "spezzettata" in diversi decreti attuativi che, dopo essere licenziati dal governo, devono passare attraverso l'esame di Camera e Senato. Il primo decreto, incentrato sull'accesso alle pene alternative alla detenzione, è stato già consegnato dall'esecutivo e visionato dal parlamento. La Camera ha chiesto solo piccole modifiche, il Senato è intervenuto più pesantemente.

Pomo della discordia è l'articolo 4bis che, varato nei primi Anni 90, impediva in automatico l'accesso alle pene alternative per i reati di mafia e terrorismo con l'obiettivo di controbattere all'offensiva che Cosa Nostra aveva lanciato ai danni dello Stato. Nel corso degli anni, il 4bis si è progressivamente gonfiato fino a comprendere anche altri tipi di reato considerati particolarmente odiosi dall'opinione pubblica e oggettivamente gravi, come la pedopornografia e lo stupro di gruppo. Ora il governo ha proposto di tornare alle origini, confermando il divieto di accesso alle pene alternative per i condannati con 41bis, ma cancellando gli automatismi per tutti gli altri casi. Il Senato, che pure ha dato parere positivo sul decreto nel suo complesso, ha invece chiesto di mantenere il divieto per alcuni reati gravi.

La staffetta, a questo punto, continua: il ministro Andrea Orlando è orientato a non recepire le osservazioni del Senato e tornare al testo originario.

Così facendo, però, è necessario un nuovo parere entro 10 giorni delle commissioni parlamentari, dopodiché il decreto può essere licenziato. Calendario alla mano, arriviamo alla prima settimana di marzo. Visto che il nuovo parlamento si insedia il 23 marzo, i tempi sono stretti, ma ci sono.

Il 21 febbraio sulla scrivania di Gentiloni è arrivato l'appello dell'associazione Antigone: "C'è bisogno della riforma penitenziaria che cambi la legge del 1975, che faciliti l'accesso alle misure alternative, che consenta di rendere la vita in carcere una vita dignitosa e più vicina alla vita normale. C'è bisogno di nuove norme sulla salute fisica e psichica. Troppe persone soffrono oggi in carcere senza possibilità di avere una chance di supporto. C'è bisogno di una legge che tenga conto che sono passati 43 anni dal 1975 e da allora tutto è cambiato. Per questo ci siamo rivolti al presidente del Consiglio Gentiloni a cui abbiamo chiesto di portare nel Consiglio dei ministri il decreto legislativo di riforma dell'ordinamento penitenziario", ha dichiarato il presidente dell'associazione Patrizio Gonnella.

A quanto pare, l'appello sarà accolto almeno per questo primo decreto. Rimane però aperta la questione degli altri decreti che devono ancora iniziare il loro iter e che riguardano, tra gli altri temi, il lavoro in carcere, la detenzione dei minori, il diritto all'affettività in carcere.

Il Guardasigilli è determinato a portare a termine il percorso avviato tre anni fa, ma i tempi stringono e tutto lascia supporre che il nuovo parlamento e il nuovo governo non avranno come priorità la riforma del sistema carcerario qualora questa rimanga in sospeso. Dopo una flessione nel numero dei detenuti seguita alla sentenza Torreggiani e alla demolizione da parte della Corte Costituzionale della legge Fini-Giovanardi sulle droghe, negli ultimi tre anni si è assistito a un aumento costante delle presenze in carcere. Si è infatti passati dai 53.889 detenuti del gennaio 2015 ai 58.087 di gennaio 2018.

 

 

 



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