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Carceri in Italia: un ritorno al passato o si può sperare in un futuro più umano?

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Il Mattino di Padova, 17 luglio 2017


Ristretti Orizzonti, il giornale realizzato nella Casa di reclusione Due Palazzi, proprio in questo anno 2017, così difficile per le carceri, compirà vent'anni, vent'anni di battaglie per la tutela dei diritti delle persone detenute e delle loro famiglie, ma anche di un confronto profondo con tante vittime di reati, e ancora di un progetto con le scuole di autentica prevenzione, un modo davvero importante per mettere chi ha commesso reati di fronte alle sue responsabilità e chiedergli di portare agli studenti la sua testimonianza dando un senso anche alla sua esperienza più negativa.


Questi vent'anni di lavoro hanno però anche fruttato, grazie a direzioni attente alla qualità della vita detentiva, condizioni più vivibili nella Casa di reclusione di Padova, a partire dalle telefonate in più alle famiglie (8 al mese invece di 4), preziose per quei figli, quelle compagne, quei genitori che ricevono davvero troppo poca attenzione dalle Istituzioni. Speravamo che quel clima di apertura e confronto con la società, che ha caratterizzato in questi anni il Due palazzi, e quella maggiore umanità, caratterizzata anche dalle telefonate in più e dalla possibilità di usare Skype per chi ha la famiglia lontana centinaia di chilometri (e questa sì è una modalità di scontare la pena non conforme alla legge, che prevede invece una detenzione nelle vicinanze dell'abitazione delle famiglie) venissero estesi alle altre carceri, e invece fonti diverse dicono che succederà il contrario, e che tutto tornerà anche a Padova alla squallida "normalità" di un Paese, l'Italia, che riserva alle famiglie dei detenuti un trattamento davvero miserabile (dieci minuti di telefonata a settimana, sei ore al mese di colloqui). Noi crediamo che le voci su questo ritorno al passato non siano vere, ma vorremmo essere rassicurati.
Nei giorni scorsi c'è stato un incontro tra il Provveditore dell'Amministrazione penitenziaria per il Triveneto, Enrico Sbriglia, e tutte le realtà della "società civile", associazioni di volontariato, cooperative, scuola, Università, organizzatori di iniziative culturali e sportive, che operano all'interno della Casa di reclusione.
Un incontro chiesto con forza al Provveditore, perché chi da anni lavora in quell'Istituto negli ultimi tempi sente che il clima rischia di cambiare, e i problemi, come l'introduzione di droghe e cellulari, che ci sono stati a Padova come, purtroppo, ci sono in TUTTE le carceri d'Italia e d'Europa, finiscono però per diventare un pretesto per azzerare i cambiamenti importanti e necessari che ci sono stati in questi anni.
Quella che segue è la lettera che indirizzano al Provveditore le persone detenute della redazione di Ristretti Orizzonti, che sono più che mai preoccupate di questo possibile "ritorno al passato", perché il passato delle carceri italiane non ha davvero molto di buono da recuperare.

 

Gentile dottor Sbriglia, ci rivolgiamo a Lei, che ha sempre dimostrato attenzione e sensibilità nei confronti delle esigenze della popolazione detenuta.
Siamo molto preoccupati per la descrizione che in più occasioni è emersa sui giornali a proposito della Casa di Reclusione di Padova e delle attività che si svolgono al suo interno.
Quello che ci preoccupa di più non è tanto il fatto, sconcertante e spiacevole, che noi di Ristretti Orizzonti siamo stati esplicitamente accusati di aver fatto "pressioni" sulla Direzione per ottenere dei cambiamenti nella qualità della vita detentiva, quanto il concreto rischio che la realtà della Casa di Reclusione, una delle poche che si muovono nella direzione voluta dalla Costituzione (e che a più riprese anche esponenti e dirigenti dell'Amministrazione Penitenziaria hanno lodato) venga riportata alla "normalità".
La condizione "normale" delle carceri del nostro Paese è stata considerata dall'Europa "inumana e degradante". Ma veramente a quello dobbiamo tornare?
L'Ordinamento penitenziario è ancora ampiamente inapplicato (soprattutto per quanto riguarda la condizioni minime di qualità della nostra vita in carcere), e ci si chiede invece se due o quattro telefonate in più al mese siano legali?
Da una parte l'Amministrazione dichiara un grande impegno profuso per prevenire i suicidi e gli atti di autolesionismo in carcere, vengono emanate circolari, convocati tavoli di lavoro, organizzati convegni e seminari, per creare condizioni di detenzione più decenti e ridurre così il più possibile i suicidi, mentre dall'altra si parla di smantellare ciò che concretamente è stato fatto per migliorare la nostra vita qui dentro.
Se volete affrontare seriamente la questione della prevenzione dei suicidi e degli atti di autolesionismo, vi assicuriamo che per noi detenuti è vitale mantenere i rapporti affettivi con i nostri cari, poter sentire la loro voce in un momento di sconforto o di vera e propria disperazione, poter condividere con loro una notizia o informarci su qualcosa che è successo a casa. O ancora, poter sentire i nostri figli, che magari abitano in regioni diverse e non possono fare centinaia di km per riunirsi nella stessa abitazione e rispondere ad una nostra telefonata di dieci minuti. Queste telefonate in più ci danno una boccata di ossigeno importante.
Noi ci rivolgiamo allora a Lei affinché possa aiutarci a contrastare questa immagine distorta che è stata data del carcere di Padova, di chi ci vive, di chi lo amministra e di chi ogni giorno si impegna per sostenere il dettato costituzionale in questo istituto.
Ci rivolgiamo a Lei perché siamo certi che capisce la nostra sincera preoccupazione, che è anche quella dei nostri compagni, di cui ci facciamo portavoce, e che vorremmo avessero i loro rappresentanti e fossero più coinvolti in un confronto e un dialogo serio con chi gestisce le carceri.
Negli anni abbiamo sempre dialogato con l'Amministrazione, ci siamo scontrati anche, ma sempre lo abbiamo fatto alla luce del sole, rendendo pubblica ogni nostra iniziativa, ogni nostra battaglia. Se l'Amministrazione ha accolto alcune nostre proposte (ma a molte ha detto no), non è stato certo per una "pressione" politica o di chissà che genere; le persone che entrano in carcere come volontari, operatori, come cooperative che portano lavoro, sono la società civile e il ruolo della società civile in una democrazia è esattamente questo, far sentire la propria voce e quella delle persone detenute all'autorità che gestisce le carceri, che, quando è intelligente, è anche capace di ascoltare e poi valutare.
Noi siamo stati pubblicamente ringraziati dalla dottoressa Castellano, che è stata direttrice del carcere più all'avanguardia nel nostro Paese, quello di Bollate, e ora è la massima dirigente delle misure di Comunità, per la nostra caratteristica di essere la "goccia cinese" che martella sulla testa dell'Amministrazione Penitenziaria perché non dimentichi mai che umanizzare le carceri è il suo compito principale, ed è possibile cominciare a farlo anche con le attuali leggi. A Padova questo è stato fatto in questi anni, e questi cambiamenti importanti noi chiediamo che siano salvati, e anzi estesi anche ad altre carceri,. Lo facciamo con tenacia, una tenacia che può anche dare fastidio, ma quando la tenacia ha come obiettivo la tutela dei diritti dovrebbe essere apprezzata e non bollata come "pressione" indebita.
Desiderosi di incontrarLa, Le porgiamo i nostri più cari saluti.

 

Le persone detenute della redazione di Ristretti Orizzonti

 

 

 

 

 

 

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