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Carcere e sicurezza, dobbiamo difendere il lavoro fatto finora

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di Walter Verini*

 

Il Dubbio, 23 maggio 2018

 

Scriviamo queste considerazioni alla viglia della formazione di un Governo che sui temi della sicurezza e della giustizia presenta aspetti e intenzioni inquietanti. A noi spetterà presidiare il lavoro riformista di questi anni, per evitare che vengano smantellati atti rilevanti, che vengano introdotti contenuti ai limiti della convivenza civile. Dovremo farlo in Parlamento e nel Paese.

Mentre partecipavo al convegno su "Madri e bambini in carcere" e sulla bella esperienza di "A Roma Insieme - La Casa di Leda", riflettevo sul danno di non essere riusciti a condurre pienamente in porto la riforma dell'ordinamento penitenziario.

E riflettevo su quelle timidezze e incertezze anche nel nostro campo che hanno portato una grande riforma a fermarsi a pochi metri dal traguardo. Ma pensavo anche a responsabilità di altri. Non mi riferisco tanto a quelle di chi come Salvini - sulle paure ha cinicamente fondato un progetto politico e un successo elettorale. Mi riferisco ai 5 Stelle, divisi a suo tempo tra chi guardava la riforma con gli occhi della civiltà e chi con occhi criptoleghisti e securitari, che hanno prevalso. E penso anche a quelli che una volta si sarebbero definiti "benaltristi": da una certa vetero-sinistra a certi maître a penser fino a settori della magistratura, accaniti contro una riforma (quella del processo penale) per motivi specularmente opposti a quelli della destra becera. Ma uniti in una sorta di eterogenesi dei fini.

Era, pensandoci, lo stesso copione che venne messo in scena in occasione dell'approvazione della legge sulla tortura che poi approvammo tra aspre critiche da destra e da "sinistra". Fu il Garante nazionale dei detenuti e fondatore di Antigone - il professor Palma a pronunciare allora parole di verità: pur definendo non entusiasmante la norma - disse in sostanza - meglio averla nell'ordinamento che non averla. Tagliandi e cambiamenti migliorativi potranno essere fatti solo se una norma esiste. Se vogliamo, possiamo chiamarlo riformismo.

Facciamo queste considerazioni alla viglia della formazione di un Governo che sui temi della sicurezza e della giustizia presenta aspetti e intenzioni davvero inquietanti, coerenti del resto con la campagna elettorale e con cinque anni di opposizione a riforme che su questi temi hanno prodotto fatti, leggi e innovazioni di notevole portata civile, culturale, giuridica.

Non giriamoci intorno: c'è un nesso di pesante restaurazione che lega i proclami sulla legittima difesa, l'intenzione di far saltare ogni proporzionalità tra offesa e difesa, di considerare - per dire - sempre legittimo il comportamento di chi spara ad un ladro entrato in casa mentre questi di spalle, magari fugge. C'è un nesso, con le intenzioni legate alla politica carceraria, dove sparisce, nella forma e nella sostanza, ogni riferimento all'articolo 27 della Costituzione. La pena - è vero - deve esser certa e oggi non sempre lo è. Questo è un problema. Da risolvere

Ma questo non può voler dire calpestare principi civili e costituzionali per i quali la pena non deve essere solo punitiva e afflittiva, ma ispirata a principi di umanità, tesa alla rieducazione e al reinserimento sociale. Chi viene sottoposto a pene alternative al carcere, legate a esperienze di formazione- lavoro o chi negli istituti svolge attività sociale, prende un diploma, impara un mestiere, una volta scontata la pena non torna a delinquere. E questo è anche un grande investimento per la sicurezza di tutti.

La verità è che rischia di prevalere la linea del ' buttare la chiave', cavalcando nel peggiore dei modi tensioni, insicurezze e paure che pervadono la società. Che vanno vissute, comprese, affrontate: guai a snobbarle o sottovalutarle, come è stato fatto. Ma con le armi della civiltà e della democrazia. Si sta prefigurando (e penso anche alle ricette - sic - sul tema dei rimpatri) una idea di sicurezza dove è del tutto assente il tema della vita sociale, delle luci (reali e culturali) nelle periferie e nei quartieri, delle città come antidoto efficace al degrado, alla criminalità diffusa, ai reati.

Più poliziotti e più volanti e più telecamere, certo (ma è quello che anche i governi di centrosinistra in questi anni hanno favorito) ma insieme occorrono fatti per rendere quartieri e periferie vivibili, ricchi di iniziative, di luce e di punti-luce. Di lavoro e di luoghi di aggregazione: sportivi, sociali, culturali, musicali. Non dobbiamo consentire che passi l'idea che la difesa della sicurezza consista in una risposta che abbia i tratti di uno Stato di Polizia.

Potremmo allargare il discorso - e lo faremo - ai temi della lotta alla corruzione e alle mafie, che in questi anni hanno visto portare a casa risultati legislativi importantissimi. Che però non hanno mai messo in discussione i principi della presunzione di innocenza, che qualcuno vorrebbe ora scardinare.

L'altro ieri Gustavo Zagrebelsky ha rilasciato una intervista di grande importanza e autorevolezza su questi temi. A noi spetterà presidiare il lavoro riformista di questi anni, per evitare che vengano smantellati atti rilevanti, che vengano introdotti contenuti ai limiti della convivenza civile. Dovremo farlo in Parlamento e nel Paese, cercando di tenere alti e ben visibili valori che possono sembrare "impopolari", ma ai quali forze democratiche non possono rinunciare, pena irrilevanza e subalternità.

 

*Deputato del Partito Democratico

 

 

 



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