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Brutti tempi per le Corti Costituzionali

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di Luigi Labruna

 

Il Mattino, 11 dicembre 2015

 

Brutti tempi per le Corti. Il sistema di giustizia costituzionale contemplato da (quasi) tutti i Paesi è in vario modo in crisi. Gravissimo è quanto sta accadendo in Italia dove da mesi e mesi (anzi da anni) dura la vergognosa manfrina inscenata dai nostri parlamentari, incapaci di adempiere responsabilmente persino uno dei loro doveri più elementari.

Quello di eleggere, alla scadenza dalla carica, i sostituti dei giudici costituzionali di loro spettanza e garantire così l'equilibrio delle componenti e la piena funzionalità della Corte senza coinvolgere nel discredito che purtroppo ormai colpisce la politica e i partiti anche una delle più alte istituzioni di garanzia del Paese e mettere a repentaglio pure così quell' equilibrio tra i poteri voluto dai padri costituenti per salvaguardare la vita dello Stato di diritto, fondamento del vivere civile.

Qualcosa di analogo, egualmente grottesca e inquietante, sta accadendo in Polonia, Paese che, nella coscienza di molti, risveglia ricordi di una stagione di illusioni ormai perdute e suscita (credo) in tutti forte solidarietà per la sua storia eroica e per il percorso accidentato compiuto per la riconquista di una compiuta democrazia. Anche lì il Tribunale costituzionale, le cui funzioni sostanzialmente sono non dissimili da quelle della nostra Corte, è composto da quindici giudici. Eletti però tutti, a differenza dei nostri, "individualmente" dal Sejm, la Dieta, per 9 anni. Anch'essi "nell'esercizio dell'ufficio sono sottoposti solo alla Costituzione". Quest'anno ne erano in scadenza cinque: due il 9 dicembre e tre il 6 novembre. Ma il 2015 è

stato in Polonia anche l'anno delle elezioni politiche, svoltesi a ottobre. In vista di queste e temendo il ribaltone politico che poi effettivamente c' è stato, il 25 giugno, il Parlamento in scadenza - tra le proteste di chi parlava già allora di flagrante violazione dell'ordine costituzionale - ha approvato una legge che, mutando la normativa vigente, stabiliva che le candidature per la nomina dei successori dei giudici "in scadenza entro la fine dell'anno" dovessero essere anticipate e presentate tutte "entro un mese dall'approvazione della legge" stessa. In tal modo, con un colpo di mano, i deputati uscenti (cioè la maggioranza poi sconfitta) hanno eletto qualche giorno prima della fine della legislatura tutti i cinque nuovi giudici. Anche i sostituti dei due in scadenza a dicembre (cosa che, come si è detto, prima delle apposite modificazioni alla legge non avrebbero potuto fare).

Il presidente della Repubblica Duda invece di impugnare, come avrebbe potuto, dinanzi allo stesso Tribunale costituzionale la legge in base alla quale i cinque erano stati eletti, al fine di impedire loro di assumere la carica si è semplicemente rifiutato di riceverli e farli giurare. A giudizio di molti, egli avrebbe così a sua volta violato la Costituzione. Per di più senza raggiungere sul piano giuridico lo scopo, dato che questa richiede solo che per diventare giudici costituzionali occorre essere eletti dal Sejm e nulla più. È, invece, una legge a stabilire che il Presidente della Repubblica riceve il giuramento, senza tuttavia condizionare a ciò la loro entrata in carica. Tra i119 e il 20 novembre, con un blitz inusitato e violando prassi parlamentare e regolamento, il Sejm ha approvato una "novella" modificatrice della legge di giugno e ha stabilito che i giudici costituzionali che non prestano giuramento di rito entro 30 giorni dalla elezione decadono dalla carica.

In tal modo è stato attribuito de facto al Capo dello Stato un diritto di veto potendo far perdere la carica ai giudici sgraditi semplicemente rifiutandosi di riceverli per un mese. Non solo. Sempre il 25 novembre, di notte, il Sejm ha approvato cinque risoluzioni con cui ha dichiarato invalide le elezioni dei cinque giudici effettuate dal precedente Parlamento.

Il Comitato per le scienze giuridiche dell'Accademia polacca delle scienze ha immediatamente denunciato la violazione ("che potrebbe comportare un cambiamento del regime politico della Repubblica") del principio "della separazione costituzionale dei poteri", "baluardo insostituibile che garantisce una tutela dal governo autoritario". E ha espresso ferma condanna per il ricorso "a qualsiasi forma di utilizzazione e di abuso dei meccanismi democratici al fine di limitare la democrazia e lo Stato di diritto". Il Sejm non se ne è dato per inteso e il 2 dicembre ha eletto cinque nuovi giudici, quattro dei quali subito dopo, in piena notte, sono stati ricevuti dal presidente e hanno prestato giuramento.

Il giorno dopo il Tribunale costituzionale, riunitosi d'urgenza, ha ritenuto incostituzionale la legge di giugno in base alla quale erano stati eletti i precedenti cinque componenti. L'elezione dei due sostituti di quelli in scadenza a dicembre sarebbe dunque invalida, mentre quella degli altri tre (peraltro anch'essi sostituiti dal nuovo parlamento per non aver potuto giurare) sarebbe valida. Il Tribunale ha inoltre affermato l' obbligo costituzionale del Presidente di ricevere il giuramento dei giudici "immediatamente" dopo l'elezione. Giovedì sera Duda ha parlato al popolo spiegando solo che c'era stata una crisi e che lui era intervenuto per risolverla. La Corte si riunirà ancora il 12 dicembre prossimo.

La saga continua. Il caos è completo. E i pericoli di una deriva autoritaria sono reali. Come qui da noi. Dove c'è solo da sperare che trovino finalmente ascolto le discrete sollecitazioni, sinora inefficaci, del presidente Mattarella alle forze politiche e ai parlamentari perché si decidano finalmente a svolgere responsabilmente il mandato di rappresentanti della Nazione e non di difensori di meschini interessi politici o personali. Visti i precedenti, c'è però poco da esser ottimisti. E se il presidente ricordasse a tutti che potrebbe far ricorso all'art. 88 della Costituzione e, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere?

 

 

 

 

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