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Brasile: non era lì, non sparò... ma di cosa è accusato Cesare Battisti?

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di Fausto Cerulli

 

Il Garantista, 6 marzo 2015

 

Battisti fu arrestato la prima volta nel 1979, e condannato a 13 anni di reclusione per l'omicidio del gioielliere Pier Luigi Torreggiani. La sentenza lo ritenne colpevole di aver fatto parte del gruppo che aveva pianificato l'omicidio, anche se l'omicidio fu rivendicato da un altro segmento della "lotta armata" e cioè dai "Nuclei Comunisti per la guerriglia proletaria". Eppure, quando avvenne l'omicidio, Battisti non era presente sul posto. Dopo l'arresto del 1978, furono eseguite perizie sulle sue armi: risultò che non avevano sparato.

Si torna a parlare di Cesare Battisti, l'esponente del Pac, Proletari Armati per il Comunismo, condannato a quattro diconsi quattro ergastoli, essendo stato ritenuto autore di diversi omicidi per fini terroristici. E, poiché se ne parla spesso a vanvera, sarà forse non del tutto inutile ripercorrere le sue vicende giudiziarie ed umane con la maggiore oggettività possibile. Battisti fu arrestato la prima volta come terrorista nel 1979, e condannato a 13 anni di reclusione per l'omicidio del gioielliere Pier Luigi Torreggiani. Da notare che risulta appurato come, quando avvenne l'omicidio, Battisti non era presente sul posto.

La sentenza lo ritenne colpevole di aver fatto parte del gruppo che aveva pianificato l'omicidio, anche se l'omicidio stesso fu rivendicato pubblicamente da un altro segmento della "lotta armata" e cioè dai "Nuclei Comunisti per la guerriglia proletaria". In ogni caso, dopo l'arresto del 1978, furono eseguite perizie sulle armi detenute da Battisti, e da esse risultò che quelle armi non erano state usate per sparare nel periodo precedente l'arresto.

Anche per questo Battisti fu condannato soltanto per il reato di insurrezione e per quello di detenzione illegale di armi. Nel 1981 Battisti riuscì ad evadere dal carcere e si rifugiò a Parigi, per poi trasferirsi in Messico con la compagna e una figlia.

In Messico svolse attività del tutto estranee alla mentalità di un omicida, sfornando tra l'altro una rivista pacifista dal titolo "Via libre". Le condanne

all'ergastolo gli furono tutte comminate in contumacia, con una prassi estranea ai Paesi comunque fedeli al principio garantista del contraddittorio, e nei quali non è prevista la condanna di un imputato contumace, proprio per l'assenza di contraddittorio. E su questo aspetto, Battisti incontrò l'appoggio di Amnesty International, oltre a quello dei radicali italiani, primi tra tutti Pannella e Sergio D'Elia, fondatore dell'associazione garantista denominata "Nessuno tocchi Caino".

Successivamente Battisti tornò a Parigi, forte anche della "dottrina Mitterand" che prevedeva una ampia concezione del diritto di asilo per chi era stato condannato per reati a carattere comunque politico. A Parigi frequentò gli ambienti intellettuali, e pubblicò alcuni libri con l'editore Gallimard. Da uno dei suoi romanzi fu tratto uno spettacolo teatrale interpretato da Pier Giorgio Bellocchio. Passata l'era Mitterand, Battisti fu di nuovo arrestato a Parigi, in forza di un patto intervenuto tra il nostro ministro leghista Castelli e il suo omologo francese Perben che prevedeva l'estradizione per reati gravissimi.

Di fronte a questa nuova situazione, Battisti fu costretto a far perdere le proprie tracce, finché non fu di nuovo arrestato in Brasile, nel marzo 2007. Due anni dopo il ministro della Giustizia brasiliano concesse lo status di rifugiato politico a Battisti, motivando il provvedimento con "il fondato timore di persecuzione del Battisti per le sue idee politiche" e per dubbi sulla regolarità dei processi di condanna. Sulla decisione influì anche il fatto che l'ergastolo, cui era stato condannato Battisti, era stato abolito in Brasile, in quanto considerato "trattamento inumano e degradante". Tesi da sempre sostenuta in Italia dai radicali, particolarmente dalla associazione "Nessuno tocchi Caino".

La decisione del ministro brasiliano, inizialmente bloccata dal tribunale Suppremo Federale, fu successivamente ratificata dalla Procura Generale della Repubblica, che chiese ed ottenne l'archiviazione de procedimento di estradizione. Una decisione che provocò indignazione nel centrosinistra italiano ed indusse addirittura Napolitano, presidente della Repubblica, a scrivere a Lu-la, presidente del Brasile, una lettera in cui, con poco elegante intromissione nelle decisioni di un altro paese, esprimeva stupore e rammarico.

Battisti visse dunque un profondo travaglio psicologico e fisico, a seguito dell'alternarsi di decisioni di diversa natura. Si pensi che nel 2009 il Tribunale Supremo Federale espresse di nuovo parere favorevole all'estradizione. Nel dicembre dell'anno successivo Lula ribadì la propria contrarietà all'estradizione, e questa volta il Tribunale Supremo ratificò la decisione del Presidente. Una girandola di decisioni che avrebbe mandato fuori di senno chiunque; fortunatamente Battisti fu confortato dalla solidarietà di scrittori come Marquez, e di autorevoli intellettuali come Bernard-Henry Levi e Daniel Pennac.

Più tiepida la solidarietà da parte italiana, con notevoli eccezioni quali quelle di Erri De Luca, e di 1.500 firme pro Battisti raccolte da un sito Internet. L'ambiguo Roberto Saviano, dopo aver firmato l'appello, ritirò la propria adesione, illuminato sulla via di Damasco dal rispetto per le vittime. Non sarà inutile ricordare che tutte le condanne di Battisti si fondavano sulla testimonianza di un pentito pluriomicida confesso, tale Pietro Mutti.

Fu tanto attendibile che quando gli fu chiesto di descrivere il fisico di Battisti, parlò di un uomo alto circa un metro e novanta, mentre Battisti ha una statura che si aggira sul metro e sessanta. Ma Mutti ottenne lo stesso i suoi bravi sconti di pena, mentre Battisti, in base a prove fantasiose di questo tipo, collezionava quattro ergastoli. Proprio come succedeva a Renaro Curcio, che pur essendo detenuto prima che il terrorismo dilagasse, veniva condannato puntualmente all'ergastolo, ogni volta che accadeva un omicidio politico. In base al famigerato e indegno principio della nostra poco degna giustizia che ebbe a coniare il concetto di concorso morale; concetto che avrebbe fatto rivoltare nella tomba Cesare Beccaria.

 

 

 



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