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Brasile. Ma Bolsonaro è un presidente democratico?

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di Piero Sansonetti

 

Il Dubbio, 9 febbraio 2019

 

Ha vinto le elezioni facendo imprigionare il rivale. Lula è in cella. Giorni fa è stato condannato ad altri 12 anni di prigione. Il magistrato che lo ha inquisito è il braccio destro di Bolsonaro. Esistono le prove dell'innocenza di Lula. Tutto questo non turba nessuno?

In un paese confinante col Venezuela, e molto più potente del Venezuela, e cioè in Brasile, recentemente si è insediato un presidente riconosciuto da tutti i governi occidentali, il quale ha vinto le elezioni solo grazie all'arresto di quello che avrebbe dovuto essere il suo concorrente, e che tutti i sondaggi davano per vincente; e l'arresto del suo concorrente è stato determinato dall'iniziativa di un magistrato che subito dopo le elezioni è entrato nel governo del nuovo presidente con un ruolo rilevantissimo.

Il nuovo presidente, come sapete, si chiama Jair Bolsonaro; il suo rivale, imprigionato, è l'ex presidente Lula: il magistrato protagonista di questa specie di rivoluzione, o di putsch, si chiama Sergio Moro, ed è un allievo dei magistrati italiani del vecchio pool di "Mani pulite".

La questione venezuelana però è al centro di molte polemiche e appassiona i giornali e le Tv. La questione brasiliana non interessa nessuno. Tanto che un paio di giorni fa è passata quasi sotto silenzio la notizia che l'ex presidente Lula, che è in prigione, ha subìto una nuova condanna, in primo grado, ad altri 12 anni di carcere, che si aggiungono ai 12 ai quali era stato condannato l'anno scorso, in secondo grado. Lula ha 72 anni e sembra che la magistratura, ispirata o guidata direttamente da Sergio Moro, intenda tenerlo in cella fino ai suoi 96.

Di cosa è accusato Lula? Di corruzione, ovviamente. Avrebbe ricevuto in regalo dai suoi corruttori un appartamento al mare (prima condanna) e avrebbe avuto pagati i lavori di ristrutturazione di un appartamento in campagna per 30 mila euro (seconda condanna). Lui si dichiara innocente e non si limita, come succede in genere, a invocare la mancanza assoluta di prove. Va oltre: porta le prove della sua innocenza. Che sono queste: è dimostrato che l'appartamento al mare non è mai appartenuto a lui ma è sempre appartenuto alla società che è accusata di averlo corrotto (dunque la tangente non esiste), ed è pacifico che neanche l'appartamento in campagna appartiene a lui. Gli accusatori sostengono che sarà pure così, ma lui è stato visto una volta (una volta) entrare nell'appartamento al mare, e varie volte entrare in quello in campagna (che in realtà è di un suo amico).

Non credo che ci possano essere molti dubbi sul fatto che si tratta di una persecuzione giudiziaria. Organizzata con uno scopo preciso: impedirgli di partecipare alle elezioni che avrebbe vinto. Non mi pare che ci sia niente di democratico in questa situazione. Tantopiù che il giudice accusatore si è insediato al governo dopo averlo arrestato. Come mai tutto ciò non ha provocato una protesta nel mondo, e anche un po' di indignazione nei governi occidentali e nella stampa? Credo che la spiegazione stia dell'ondata di giustizialismo che in Italia è tempestosa ma che sta dilagando un po' in tutto l'Occidente. Il senso comune, e soprattutto l'opinione dei giornali e degli opinion leader, è molto semplice: la magistratura ha ragione la politica ha torto, il sospetto, soprattutto il sospetto verso un politico, vale una prova. In Italia successe qualcosa del genere venticinque anni fa, con Tangentopoli.

E periodicamente ci sono dei pezzi di magistratura che rilanciano l'esperimento. Del resto il nostro è il paese che ha raso al suolo per via giudiziaria la prima Repubblica, ha eliminato i suoi principali leader (Craxi, soprattutto, ma anche Andreotti, Forlani, e molti altri), e nella seconda Repubblica, sempre per via giudiziaria, ha azzoppato diversi suoi protagonisti (a partire da Silvio Berlusconi). Per questo da noi sarebbe logico aspettarsi una maggior attenzione allo scandalo brasiliano. Anche se qui i magistrati hanno colpito soprattutto forze e leader nemici della sinistra e lì in Brasile, invece, è successo il contrario.

Tuttavia non riesco a immaginare come i partiti italiani di centrodestra possano non ribellarsi al colpo di mano del duo Bolsonaro-Moro. Il rischio è che il Brasile diventi una specie di laboratorio della nuova democrazia giudiziaria. È un paese adatto: perché democraticamente è fragile, perché ha una recente tradizione autoritaria, e tuttavia è un grande paese, che ha un ruolo notevolissimo in Occidente. Potrebbe usare questo ruolo per diventare pesce pilota del nuovo corso. Compito che l'Italia non ha la forza, ancora, per assumere.

 

 

 

 

 

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