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Bosnia. Il diritto di essere innocenti

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di Gigi Riva

 

L'Espresso, 10 marzo 2019

 

Nel 1992 l'orrore della violenza delle donne musulmane: tra le 20 e le 50 mila. Nell'indifferenza. Fin dall'estate si scoprì che in Bosnia i serbi avevano aperto campi di concentramento per musulmani. Si vociferò addirittura che in alcuni funzionassero forni crematori. Le città erano assediata e bombardate.

Le formazioni paramilitari cetniche di Zeljko Raznjatovic detto Arkan saccheggiavano e massacravano la popolazione civile. Esecuzioni pubbliche a sangue freddo, fosse comuni. La guerra col suo volto più truce era tornata per la prima volta in Europa dopo il 1945. I miliziani non nascondevano affatto le loro imprese criminali: se ne vantavano, certi di una duratura impunità. Pensavamo di aver conosciuto tutta la gamma degli orrori.

Non era vero, ne mancava uno, il più vile. Fu nell'autunno di quel feroce 1992 che cominciarono a circolare notizie di stupri sistematici sulle donne musulmane, soprattutto nell'est del Paese occupato dai serbi in primavera dopo la proclamazione di indipendenza dalla Jugoslavia. Dall'area filtravano poche notizie, i cronisti erano sottoposti a un rigido controllo. La mancanza di fonti si accompagnava a un altro elemento decisivo: la ritrosia delle vittime nell'ammettere la loro condizione. Alla violenza si sostituiva la vergogna. Il perverso circuito del silenzio che accomunava i carnefici e i loro bersagli non poteva durare, il fenomeno era troppo gigantesco per restare sconosciuto benché sia difficile, ancora oggi, tracciarne i confini. Ci si deve accontentare di una cifra vaga, un compasso largo, tra le 20 e le 50 mila bosniache sotto il pieno dominio dei loro aguzzini.

È la casualità che ha separato le sommerse dalle provvisoriamente salvate. Molte furono uccise dopo aver terminato il loro compito di donne di piacere. Diverse lasciate libere perché era convinzione che avrebbero tenuto il segreto. Alcune si suicidarono. Altre furono liberate quando la loro gravidanza era troppo avanzata per abortire. In una società fortemente maschilista dove la discendenza è paterna, avrebbero generato figli serbi. Era lo sconcertante orgoglio del guerriero che vince in camera da letto oltre che sui campi di battaglia. Nell'impazzimento di quel conflitto, l'etnia aveva un peso rilevante.

A inizio del 1993 nacquero i primi figli dello stupro. Le loro madri andarono a partorire spesso lontano dai luoghi d'origine. Case "protette" sorsero negli altri cantoni della Bosnia e nella vicina Croazia. L'anonimato veniva garantito ma si fece strada l'idea di permettere che firmassero dichiarazioni con la loro storia omettendo nome e cognome reali. Affinché un giorno, ci fosse stato un giudice in Europa, i colpevoli fossero condannati. Lentamente emersero dettagli raccapriccianti. Non erano state risparmiate nemmeno le suore di conventi lontani dai centri abitati e qualche sorella era rimasta incinta.

Il Vaticano, regnante Giovanni Paolo II, aveva discretamente suggerito che nemmeno in questo caso la Chiesa approvava l'interruzione di gravidanza. Molte madri erano state violentate a casa loro davanti ai propri figli piccoli. L'età non metteva al riparo, dalle men che adolescenti alle settantenni purché fossero dell'etnia "avversaria". Nei luoghi tristemente noti del conflitto erano sorte case di piacere per la soldataglia. Omarska, Prijedor, Zvornik, Foca, Visegrad. Già la Visegrad del "Ponte sulla Drina" del Premio Nobel Ivo Andric.

Anche nei sobborghi di Sarajevo conquistati dai cetnici. Il "New York Times" collocò in uno di questi bordelli, a Vogosca, persino il pluridecorato generale canadese Lewis McKenzie, comandante dell'Unprofor, i caschi blu dell'Onu che avrebbero dovuto "garantire la pace". Una pace mai vista fino al 1995.

Con l'ufficiale, diversi dei suoi soldati, alcuni pure resi padri chissà se consapevoli o meno, se non dalle donne prigioniere e schiave, da ragazze che si prostituivano per necessità. Le prime confessioni dei responsabili, unite alle testimonianze delle vittime che osarono rompere il silenzio, resero chiaro che in Bosnia c'era stato un salto di qualità delle nefandezze umane.

La violenza sessuale era diventata un'arma di guerra, faceva parte di una strategia studiata e pianificata a tavolino. Lo stupro di massa serviva a umiliare, spargere terrore, fiaccare la resistenza, mettere mogli contro mariti. Il premio Pulitzer americano Roy Gutman pubblicò una serie di articoli sul tema di cui uno aveva per titolo "Stuprare per ordine".

Ci vollero alcuni anni ma finalmente all'inizio del nuovo Millennio, arrivò un giudice in Europa. Per i fatti di Bosnia, il tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia dell'Aja sancì per la prima volta che la violenza sessuale è un crimine contro l'umanità. Una piccola parte degli autori è stata condannata. Simbolicamente, tuttavia, una grande vittoria.

Tempo è passato. Delle sopravvissute qualcuna ha superato i traumi, molte no, altre continuano a nascondere le terribili vicende che le videro protagoniste. I figli dello stupro sono cresciuti e diventati uomini. Quanti sono? Dai due ai quattromila, anche qui una stima approssimativa che assomma i certi, gli inconsapevoli, quelli dati in adozione che mai sapranno delle loro origini.

Per la prima volta alcuni di loro parlano. Reclamano diritti negati perché il padre è "enne enne". Reclamano, soprattutto, quella che dovrebbe essere una banalità: il diritto di essere quel che sono alla luce del sole. Innocenti.

 

 

 

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