Domenica 17 Novembre 2019
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La dimensione politica della disunità d'Italia PDF Stampa
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di Goffredo Buccini


Corriere della Sera, 17 novembre 2019

 

La polemica tra Nord e Sud (in questo caso tra Milano e il Sud) aperta dal ministro Provenzano non appare episodica ma la spia di un disagio profondo. Nei giorni scorsi è nuovamente divampata l'eterna polemica tra Nord e Sud, in questo caso tra Milano e il Sud, aperta dal ministro Provenzano (che sul Sud ha la delega). Soffocata in fretta con qualche imbarazzo, ma tutt'altro che episodica e spia di un disagio profondo.

"Milano attrae ma non restituisce quasi più nulla" ha sentenziato il ministro. "Restituiamo nella misura in cui ci viene chiesto e per come ci è consentito fare", ha risposto il sindaco Sala. Il ministro ha infine fatto retromarcia, "Milano è un esempio, è l'Italia in ritardo". Ma, al di là del siparietto politico tra due esponenti dello stesso partito (uno del Nord e uno del Sud: elemento, vedremo, forse decisivo), quella di Provenzano è tutt'altro che una voce dal sen fuggita. Riflette una visione del Paese di una parte consistente della sinistra ora al governo (la stessa che spinge il sindaco napoletano de Magistris, davanti al dramma di Venezia, a dolersi addirittura di una "discriminazione" a causa della quale "quando accadono cose del genere al Sud c'è molta meno attenzione").

Provenzano prima di entrare nell'esecutivo Conte faceva il vicedirettore di Svimez, l'autorevole istituto che studia lo sviluppo e le condizioni socioeconomiche del nostro Mezzogiorno. Una breve sintesi dell'ultimo rapporto sul Sud dice molto dello sconforto sotteso alla "battuta" su Milano: dal 2000, in quasi 20 anni, 2 milioni di persone lasciano il Sud e la metà sono giovani; le nascite sono al minimo storico; la ripresa dell'occupazione tocca solo il Centro Nord; il reddito di cittadinanza allevia la povertà ma allontana dal lavoro; continua l'emigrazione ospedaliera; aumentano i giovani che, al massimo con la terza media, abbandonano studio e formazione professionale. Più che una questione, un disastro meridionale.

Ma ciò che più ci aiuta a capire la querelle è un altro lavoro Svimez (con Provenzano allora pienamente operativo nell'istituto): all'inizio della scorsa estate, mentre divampava la battaglia sulle autonomie differenziate, Svimez rovescia il totem del maggiore flusso di risorse pubbliche passate al Sud a detrimento del Nord (alla base del "diritto di restituzione" sotteso alla richiesta di autonomia differenziata). Quel totem, sostiene l'istituto, si fonda sui dati della Ragioneria generale che "regionalizza" solo il 43% di queste risorse; assumendo invece come riferimento il Sistema dei conti pubblici territoriali si arriva a un complesso di spese pubbliche che, oltre al bilancio dello Stato, comprende enti previdenziali ed altri fondi fino alle Spa di controllo pubblico, talché in questa diversa classifica dei trasferimenti pubblici il Mezzogiorno finisce in fondo e le Regioni del Nord risalgono molte posizioni.

Corretta o meno che sia l'analisi, la sortita su Milano è, parafrasando Von Clausewitz, esattamente questo dossier Svimez spiegato da un altro pulpito. Gramsci scriveva che nel Risorgimento si manifesta già, embrionalmente, "il rapporto storico tra Nord e Sud come un rapporto simile a quello tra una grande città e una grande campagna..." (e non a caso propugnava la necessità di una saldatura tra città e campagna). E aggiungeva che, risultando tale rapporto "tra due vasti territori di tradizione civile e culturale molto diversa, si accentuano gli aspetti e gli elementi di un conflitto di nazionalità". Un secolo dopo il conflitto "di nazionalità", lungi dall'essere superato, ha assunto contorni nuovi, perché su di esso sono andate addirittura modellandosi le nostre forze politiche. Se i grandi partiti del dopoguerra furono trasversali rispetto alla questione meridionale e a quella settentrionale che pure è esistita ed esiste (interpretandole assai diversamente ma incarnandole entrambe), i due partiti egemoni nella prima fase della cosiddetta Terza repubblica hanno avuto constituency molto divise per territorio, la Lega al Nord e i Cinque Stelle al Sud (al netto dello sforzo di Matteo Salvini di sfondare... la linea gotica con una propaganda ultranazionalista).

Il Pd zingarettiano, a fronte della crisi dei Cinque Stelle, pare adesso puntare ad assorbirne l'elettorato. Ma questo elettorato, meridionale e cronicamente svantaggiato, chiede assistenza e protezione (i Cinque Stelle vinsero nel 2018 con il reddito di cittadinanza, poco più che un voto di scambio, letto ex post).

Ora, il rischio è che un Pd "derenzizzato" anziché attrarre a sé le ragioni del grillismo se ne faccia risucchiare, trasformandosi (come paventa il Foglio) da partito meridionalista a partito meridionale: la gestione disastrosa dello scudo penale nel caso Ilva e l'imposizione suicida della plastic tax che va a colpire soprattutto le imprese della "rossa Emilia-Romagna" sembrano altrettante conferme di questa traiettoria, diciamo così, di movimentismo sudista.

La faccenda può avere effetti non proprio collaterali. Primo: l'addio tout court alle autonomie invocate dal Nord (e, se è sacrosanto tenere duro su scuola e sanità perché attengono all'unità nazionale, può essere pericoloso alzare un muro di gomma contro tutte le richieste). Secondo: l'ulteriore radicalizzazione della divisione del Paese, con l'alibi della spoliazione che dalle frange neoborboniche attecchirebbe vieppiù nella narrazione meridionale.

Nonostante le rassicuranti dichiarazioni successive, Provenzano e Sala non sembrano politici di due partiti ma di due nazioni diverse. Un problema per la sinistra, certo. Ma anche per l'Italia: perché la malattia denunciata da Svimez è grave, forse cronica, e tuttavia revanscismo e autocommiserazione sono le medicine peggiori.

 
"Noi, malati di tumore, perseguitati dalle aziende per cui lavoriamo" PDF Stampa
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di Maurizio Di Fazio


L'Espresso, 17 novembre 2019

 

Orari impossibili, mansioni punitive, privacy violata. Così le imprese tendono a sbarazzarsi dei dipendenti malati. E spesso ci riescono. Il cancro e il lavoro. Il male del secolo e l'umanità in azienda. Chi viene colpito da un tumore deve lottare spesso due volte: contro la peggiore delle malattie, e contro mobbing e cinismo sul posto di lavoro.

Diventa un fardello, un intralcio al totem produttivo. Viene adibito a funzioni durissime, come se avesse ormai le ore contate, o destinato a compiti perfettamente inutili. E pensare che la cura di un paziente oncologico passa anche per il potere continuare a svolgere le normali attività di tutti i giorni. Comprese quelle lavorative.

C'è chi è costretto a licenziarsi, e c'è chi resiste, magari al prezzo d'aggravarsi di salute. Il cancro in età lavorativa è un problema che nel nostro paese coinvolge più di un milione di persone (dati dell'associazione italiana registri tumori). L'ultima indagine Favo-Censis ci racconta che ben 274 mila connazionali sono stati licenziati o indotti alle dimissioni dopo una diagnosi tumorale. I casi sono a migliaia, ma restano per lo più sommersi. La stragrande maggioranza preferisce infatti non palesarsi: si vergogna di questo "cancro aggiuntivo" che divora le sue speranze. Qualche lavoratore ha però accettato di raccontarci la sua storia.

Gloria ha 45 anni e lavora nella grande distribuzione organizzata, come cassiera in un ipermercato. Passa le merci allo scanner dei prezzi. Ha avuto due tumori al seno, più una recidiva. In tutto tre operazioni, di quelle invasive. "Ho dovuto ricostruirmi entrambi i seni, e anche un braccio e un pezzo di schiena. Ma sulle prime l'azienda per cui lavoro non mi ha riconosciuto la malattia. Per loro, i miei erano interventi di chirurgia plastica. Roba estetica, insomma. Roba da pazzi". Poi ha inizio il carosello, o meglio, il "martirio invisibile" degli orari impossibili. "Ero appena uscita da un ciclo massiccio di chemio e radio.

Avevo diritto a due ore al giorno di riposo, grazie alla legge 104. Ma la mia azienda ha cominciato a crearmi degli orari assurdi, concepiti apposta per portarmi al licenziamento. Invece di dividermi il monte-ore equamente, me ne mettevano poche un giorno e tante un altro. Non consentendomi così di fruire delle due ore quotidiane di riposo prescritte per legge".

In alcuni giorni Gloria riposa solo un'ora, in altri le canoniche due; ma nel frattempo il suo orario è stato allargato, alla chetichella, a dismisura. Adesso la donna lavora non più quattro, ma anche cinque o sei ore al dì. A un certo punto getta la spugna e si licenzia. "Certo, mi aiutava molto il fatto di uscire di casa, la ricerca di una parvenza di normalità... ma non ce la facevo più ad andare avanti a quelle condizioni. Con quei turni massacranti e schizofrenici.

Alla quinta ora di fila, mi diventava tutto pesante e insostenibile. Con le operazioni che ho avuto io, poi, scansionare i prodotti a un ritmo vorticoso al codice a barre è una tortura medievale. Mi hanno costretta, di fatto, ad andarmene, a mettermi in malattia". Oggi Gloria è in cura dallo psicologo. A farle male, più della malattia, è stato il comportamento machiavellico del suo ex datore di lavoro.

Molti tengono segreta la malattia, temendo lo stigma aziendale. E c'è ancora chi si mette in ferie per effettuare gli esami e le cure di prassi. Eppure esiste tutta una serie di diritti conquistati nel corso del tempo. La leva su cui poggiano è quasi sempre la legge 104 del 1992, che tutela le persone disabili.

I lavoratori malati di cancro possono essere equiparati ai portatori di handicap gravi, e in quanto tali lavorare nella sede più vicina al loro domicilio, svolgere mansioni adeguate alla loro capacità lavorativa (a parità di stipendio), essere esentati dai turni di notte e avere accesso al part-time durante i trattamenti. Sempre grazie alla 104, i malati oncologici fruiscono di permessi retribuiti, pari a due ore al giorno come abbiamo visto nel caso di Gloria o a tre giorni continuativi o frazionati.

C'è poi il cosiddetto "periodo di comporto", la cui durata varia a seconda del tipo di contratto collettivo nazionale di categoria. Nel corso di questa fase, il lavoratore (a cui verrà corrisposto un salario ridotto) è libero di assentarsi senza che l'azienda possa licenziarlo. Superato il tetto massimo consentito, è invece possibile cacciarlo anche se è ancora malato. Nel commercio e nei servizi, e nel settore privato, il periodo di comporto dura 180 giorni, diluiti in un anno solare. Nel pubblico impiego sale a 18 mesi (sempre frazionati) nel triennio. Nel caso dei metalmeccanici e degli autotrasportatori, il periodo di comporto è secco (un unico, lungo blocco di allontanamento dal lavoro) e oscilla in base all'anzianità di servizio del lavoratore malato. Il limite invalicabile è di un anno di assenza semi-retribuita.

Antonietta ha trentacinque anni. È, o meglio era, una commessa. Pesa 45 chili: ha difficoltà a nutrirsi a causa di un linfoma. Può mangiare solo a orari fissi. Dovendosi assentare per le sue cure, si è vista bollare come assenteista, con tanto di campagna denigratoria orchestrata dall'alto, nonostante i vertici la conoscessero bene la verità. "Molti miei colleghi stavano cominciando a crederci alle parole dei nostri capi, che mi dipingevano come una negligente, "quella che non lavora mai". Manco andassi a ballare in quelle ore, e non a bombardarmi di chemio".

La sua odissea è punteggiata da mille episodi spiacevoli, umiliazioni e variazioni speciose sul tema: "Cercavano di procurarmi inciampi con gli orari, e guadagnarmi una visita era, ogni volta, una battaglia. "Dammi prima il certificato": era questo il loro mantra-standard". Eppure la certificazione è appannaggio del medico aziendale, e non può o non dovrebbe finire sotto gli occhi del management. Altrimenti vivremmo in un Stato di polizia sanitaria, e i lavoratori sotto ricatto. Anche lei va dallo psicologo.

"Lo Stato dovrebbe intervenire urgentemente. Soprattutto nel privato. Occorrono regole e paletti. È una guerra che noi combattiamo e combatteremo nei posti di lavoro, ma non è sufficiente", spiega Francesco Iacovone del direttivo Cobas nazionale, tra i più attivi su questo fronte. I malati oncologici dovrebbero lavorare il giusto, senza queste montagne russe ingenerose e insalubri. Per fortuna non funziona sempre così: esistono aziende, come le cooperative di consumo, che tutelano chi ha un tumore, e garantiscono loro il mantenimento dell'occupazione anche dopo il periodo di comporto. C'è inoltre un aspetto su cui riflettere: perché la tutela arriva al massimo a 18 mesi, quando un malato di cancro può dirsi guarito solo dopo cinque anni e prima di allora le recidive sono in agguato?".

Mario ha 56 anni, e un tumore alla prostata. Ha un contratto a tempo indeterminato come addetto amministrativo in un negozio di un brand del lusso. Il suo era un lavoro di responsabilità. Stava in ufficio, dietro le quinte. Ma da quando s'è ammalato gli tocca infilare i soldi nella cassa continua del bancomat, e basta.

Davanti allo sguardo indiscreto dei colleghi e soprattutto dei clienti di passaggio. Perché dopo l'operazione soffre di incontinenza, corre in bagno ogni mezz'ora. Un pubblico ludibrio che si ripete tutti i giorni. E sta lì ad aspettare che la cassiera gli passi l'incasso per versarlo. Prima e dopo non ha nulla da fare. "Mi fanno fare soltanto questo e mi sento inutile, superfluo. Ed è così imbarazzante far vedere a tutti che non sto bene. Cosa darei per tornare nel guscio protettivo del mio ufficio, alle mie vecchie mansioni". Mario è seguito da uno psichiatra.

L'articolo 32 della nostra Costituzione mette la tutela della salute tra i diritti fondamentali della persona. Ecco perché esiste, per esempio, il sopraccitato periodo di comporto. Ma non basta, e la dignità di questi malati gravissimi è troppo spesso calpestata. Serve una legge nazionale organica, perché i diritti fin qui acquisiti sono frutto dei piccoli frammenti finiti all'interno di qualche legge di riforma del lavoro, del livellamento allo status di disabile o portatore d'handicap, dei vari contratti collettivi nazionali e del "buon cuore" delle singole aziende.

La stessa Aimac, l'associazione italiana dei malati di cancro, chiede da tempo una legge-quadro sul malato oncologico. "La disabilità oncologica è la nuova disabilità di massa, ma questo paziente ha esigenze peculiari perché la sua malattia ha un andamento ciclico e altalenante", ha dichiarato Elisabetta Iannelli, vicepresidente dell'Aimac. "Le leggi vigenti sono pensate invece per le cronicità stabilizzate". A rimetterci è soprattutto il mondo del lavoro. Da un tumore si può guarire, dal "cancro in azienda" no.

 
Stati Uniti. Uccisioni e selfie con i cadaveri, tre militari graziati da Trump PDF Stampa
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di Anna Guaita


Il Messaggero, 17 novembre 2019

 

Ne parlava da vari mesi, ma i capi del Pentagono si erano detti contrari e avevano tentato di dissuaderlo: "Daremmo un cattivo esempio" avevano sostenuto. Donald Trump ha deciso di non dar loro retta e ieri ha annunciato la grazia per tre militari accusati di aver commesso crimini di guerra. Si tratta del tenente dell'esercito Clint Lorance, del Navy Seal Edward Gallaher e del maggiore dei Berretti Verdi Matt Golsteyn.

Lorance era in prigione da sei anni, condannato a 19 anni per aver dato ordine al suo plotone in Afghanistan nel 2012 di sparare contro tre giovani in motocicletta che si sono poi rivelati disarmati. Due dei tre giovani erano rimasti uccisi.

Gallagher, assolto dall'aver ucciso un combattente Isis prigioniero in Iraq nel 2017, è finito in prigione per essersi fatto fotografare accanto al cadavere. Golsteyn ha confessato in tv nel 2016 di aver ucciso nel 2010 in Afghanistan un terrorista che era stato rilasciato e che lui temeva sarebbe tornato a costruire bombe.

Il processo contro Gosteyn si doveva tenere il prossimo febbraio, e sul capo gli pendeva una condanna all'ergastolo. Ora tutti e tre gli uomini sono liberi, riprendono il grado che avevano nei rispettivi corpi prima dei processi e sono estremamente grati a Trump. La Casa Bianca ha chiarito che "in quanto comandante in capo, il presidente è il responsabile ultimo per l'attuazione della legge e, quando appropriato, per la concessione del perdono".

Con la grazia, si sottolinea, si vuole "dare una seconda opportunità". Trump aveva varie volte sostenuto: "Quando i soldati combattono per il nostro Paese, bisogna dar loro la fiducia per farlo".

Lo scorso 12 ottobre, mentre stava studiando il caso di Golsteyn aveva twittato: "Matthew è un Berretto Verde altamente decorato che viene processato per aver ucciso un talebano che produceva bombe. Noi addestriamo i nostri ragazzi a uccidere e poi li processiamo quando uccidono!".

La decisione del presidente ha però riscosso le critiche della American Civil Liberties Union: "un messaggio di disprezzo per la legge, la moralità, la giustizia militare, e per tutti coloro che nelle forze armate rispettano la legge". Anche al Pentagono non sono soddisfatti di questo passo. I tre uomini erano stati o dovevano essere giudicati da tribunali militari, che si sono così visti surclassati o ignorati.

 
Hong Kong. Soldati nelle strade, il timore che si prepari un assalto PDF Stampa
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di Guido Santevecchi


Corriere della Sera, 17 novembre 2019

 

I militari cinesi in abiti civili per la prima volta fuori dalle caserme. Un segnale?. Operazione popolarità: i militari dell'Esercito di Pechino mettono in ordine in strada. Ma le opposizioni protestano. Un soldato: "È un'iniziativa spontanea, diamo una mano".

I soldati cinesi. Per la prima volta in questa crisi oggi sono usciti dalle caserme e si sono visti nelle strade di Hong Kong i militari della guarnigione dell'Esercito popolare di liberazione. In maglietta verde oliva e calzoncini corti alcune squadre sono state impegnate per ripulire le strade dai detriti della guerriglia, mattoni piazzati dagli studenti vicino alla Baptist University a Kowloon, sulla terraferma di fronte all'isola. L'esercito ha una delle sue caserme lì vicino e alcune decine di soldati sono usciti, in una colonna non troppo marziale, per mettersi al lavoro e aiutare un gruppo di cittadini che si erano messi al lavoro spontaneamente per togliere i blocchi. Lavori socialmente utili in un sabato di sole e calma. Ma il clima di sospetto e rancore è strisciante.

La deputata democratica Claudia Mo ha subito denunciato l'attività sui social network: "Soldati mandati fuori dalle caserme. Su invito della governatrice Carrie Lam? Un atto contro la Garrison Law della nostra costituzione? Un modo per abituare la gente all'intervento militare?". Ci sono almeno 12 mila militari cinesi nell'ex colonia britannica. Hanno il compito costituzionale di difendere il territorio in caso di attacco esterno naturalmente, ma non di intervenire per ordine pubblico. Però, in questi cinque mesi di protesta democratica e anti-cinese, di violenze gravi e ricorrenti, da Pechino si sono levate voci minacciose per evocare il ricorso alla forza militare. Un soldato della squadra di rimozione dei blocchi ha detto che la loro azione di oggi non ha niente a che fare con la politica e il governo di Hong Kong.

"Siamo noi che ci siamo mossi per aiutare". Poi, come riferisce il "South China Morning Post", il militare in T-shirt verde oliva ha aggiunto: "Fermare la violenza e porre fine al caos è una nostra responsabilità". Questa è una citazione da Xi Jinping, il presidente cinese nonché presidente della Commissione militare centrale e sembra ispirata dal comando dell'Esercito a Hong Kong, tanto per ricordare ai "ribelli" che "il potere viene dalla canna del fucile" (questa invece è una frase cara a Mao Zedong).

Il plotone dei lavori socialmente utili oggi è arrivato a passo di corsa, munito di secchi per la raccolta dei mattoni, ha ripulito il tratto di strada ed è rientrato sempre a passo di corsa. In base alla Legge sulla Guarnigione di Hong Kong e la Basic Law, la costituzione speciale del territorio, i soldati cinesi non debbono interferire negli affari locali, ma possono essere chiamati dal governo della città in caso di calamità naturali o eventi di ordine pubblico straordinari. La richiesta non c'è mai stata nei 22 anni da quando Hong Kong è tornata alla Cina. Ma l'anno scorso a ottobre 400 soldati hanno dato una mano a ripulire le strade dopo il passaggio del tifone Mangkhut. I detriti della protesta attuale evidentemente sono come quelli della tempesta subtropicale.

 
Nigeria. Come in un film dell'orrore, violenze e catene per i malati mentali PDF Stampa
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di Cornelia Toelgyes


africa-express.info, 17 novembre 2019

 

Rinchiusi, incatenati, maltrattati, soggetti ad abusi indescrivibili: non è un film horror, bensì la condizione di migliaia di malati psichiatrici in Nigeria. Lo demuncia Human Rights Watch nel suo rapporto pubblicato lunedì scorso. La Ong ha chiesto al governo di Abuja controlli urgenti alle strutture statali e private che "accolgono" questi malati, davvero tanti nel Paese.

Nel gigante dell'Africa è prassi comune incatenare, rinchiudere, gestire il paziente psichiatrico con violenza, sia negli ospedali statali, che in strutture di riabilitazione, presidi tradizionali, in centri islamici e cristiani.

Emina Cerimovic, ricercatrice per i diritti di disabili di Hrw, ha precisato che i pazienti psichiatrici sono costretti a subire inimmaginabili vessazioni di ogni genere per anni senza potersi difendere. Negli ultimi mesi la polizia nigeriana ha liberato in varie città del Paese, in particolare nel nord, centinaia di giovani in diversi centri islamici di riabilitazione che si spacciavano per scuole coraniche. Gli agenti hanno trovato molti ragazzi in uno stato di totale degrado, tra loro parecchi erano incatenati, con evidenti segni di violenza su tutto il corpo.

Secondo i rapporti delle forze dell'ordine, i metodi disumani erano volti a "raddrizzare" gli alunni. Molti detenuti di queste scuole hanno riferito di aver subito anche abusi sessuali. Da settembre a oggi la polizia ha liberato oltre 1500 persone, relegate in istituti abusivi. In tale occasione il presidente, Muhammadu Buhari, aveva dichiarato: "Nessun governo democratico responsabile può tollerare l'esistenza di camere di tortura e abusi fisici di giovani in nome della riabilitazione delle vittime".

Hrw ha criticato Abuja, perché tali abusi si consumano anche nelle strutture statali. Tra settembre 2018 e settembre 2019, la Ong ha visitato 28 strutture per malati di mente in 8 Stati del Paese, compreso il territorio federale della capitale. La maggior parte dei pazienti, compresi bambini, erano stati internati contro la loro volontà, generalmente costretti dai parenti.

In Nigeria i malati mentali spesso vengono arrestati dalla polizia che li trasferisce in strutture psichiatriche riabilitative, dove i più sono incatenati a una o a tutte e due caviglie, legati a oggetti pesanti o a un altro paziente. In molti casi restano in tale condizione per mesi, a volte anche anni. Nel suo esposto Hrw ha precisato che i malcapitati non possono uscire, sono confinati in stanze sovraffollate, in condizioni igieniche più che precarie. Non di rado sono costretti a mangiare, dormire e svolgere i propri bisogni fisiologici nello stesso ambiente. Subiscono abusi fisici e emozionali, ovviamente vengono costretti a seguire terapie che ne annientano la volontà.

Nei centri islamici i pazienti vengono frustati, riportando spesso ferite profonde. Mentre nelle case di cura rette da cristiani, i malati vengono costretti a digiunare per alcuni giorni. I responsabili di tali strutture considerano l'astinenza da cibo come cura. Sia in quelle tradizionali e a volte anche in quelle cristiane, gli ospiti vengono forzati a bere intrugli di erbe disgustosi. Anche negli ospedali psichiatri statali i pazienti sono forzatamente obbligati, a seguire le cure prescritte e un'infermiera ha rivelato a Hrw che vengono effettuate terapie elettroconvulsivanti senza il consenso del malato.

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità un nigeriano su quattro soffrirebbe di disturbi mentali. Purtroppo nella ex colonia britannica questi pazienti non possono godere di cure appropriate, sia per il magro budget che lo Stato mette a disposizione, sia per la cronica mancanza di personale specializzato.

Lo scorso anno il governo aveva stabilito un budget di 372.000 dollari per l'ospedale psichiatrico statale di Yaba - nella periferia di Lagos, la capitale economica del Paese - come spesso accade, infine ne sono stati devoluti meno del 10 per cento della somma prevista, vale a dire 36.000 dollari. Eppure la Nigeria è firmataria insieme a altri venti Paesi dell'Unione Africana della dichiarazione di Abuja del 2001. In tale documento gli Stati in questione hanno promesso di destinare il 15 per cento delle entrate al ministero della Sanità. Peccato che lo scorso anno Buhari ne abbia devoluto solamente il 3,95 per cento, ma ha promesso che per il 2020 avrebbe messo a disposizione il 4,3 per cento.

In base a un rapporto di Oms, la Nigeria avrebbe il più alto tasso di persone affette da depressione in Africa e si posiziona al quinto posto su scala mondiale per il numero di suicidi. In questo immenso Paese, che conta oltre 200 milioni di abitanti, ci sono solamente otto ospedali neuropsichiatrici, con un budget ridotto all'osso, con medici sempre pronti a scioperare o fare i bagagli per andare a lavorare all'estero. La Nigeria è il settimo Paese per abitanti al mondo e attualmente ci sono solamente 150 psichiatri. L'OMS ritiene che solamente il 10 per cento dei pazienti che soffrono di patologie mentali ricevano cure adeguate.

 
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