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Bonafede benedice il convegno dei pm manettari

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di Stefano Zurlo

 

Il Giornale, 10 aprile 2019

 

MicroMega convoca le toghe giustizialiste, da Caselli a Woodcock. E il ministro apre i lavori. Rieccoli. Un tempo furoreggiavano dalle prime pagine dei giornali. Per le loro tambureggianti inchieste e - non tutti in verità - per gli scritti, le polemiche, le scintille.

Oggi la giustizia non funziona come sempre ma è schiacciata fra il Pil ansimante e i flussi dei migranti. Insomma, il partito dei pm è finito nelle retrovie dell'opinione pubblica, ma questo non significa che non abbia più voce. E infatti alla chiamata di MicroMega, il barometro del giustizialismo tricolore, hanno risposto molti grandi nomi della magistratura italiana.

Ecco Gian Carlo Caselli, oggi in pensione ma a suo tempo anima del pool di Palermo che portò alla sbarra Giulio Andreotti e un pezzo di storia italiana; poi Luca Tescaroli, specialista di misteri nazionali, dalla morte di Calvi al massacro di Capaci, e autore prolifico di saggi su temi delicatissimi. E ancora Henry John Woodcock, regista da molti anni di inchieste controverse, osannate e scomunicate dalle opposte tifoserie; infine Nino Di Matteo e Paolo Ielo.

Di Matteo è un'icona del popolo grillino per via dello scavo sulla trattativa Stato-mafia e più volte è stato candidato come possibile Guardasigilli. Ielo ha un profilo più anomalo rispetto agli altri ma la sua competenza, e pure qualcosa di più che ha a che fare con l'autorevolezza, è fuori discussione. Da Mani pulite a Mafia capitale.

Saranno tutti a Fabriano, nelle Marche, su invito di Paolo Flores d'Arcais, il custode della liturgia manettara, per un convegno che verrà aperto il 3 maggio dal ministro Alfonso Bonafede. Bonafede, va detto, ha avuto la fortuna di vivere in un'epoca in cui le tempeste giudiziarie e le levate di scudi sono solo un ricordo e il clima è meno acceso di prima, ma la relativa fortuna non l'ha spronato a moltiplicare gli sforzi per recuperare il tempo perduto e mettere una pezza a meccanismi logori e vetusti.

Il ministro ci ha consegnato una sventurata rivisitazione della prescrizione che scatterà l'anno prossimo ed è legata, sulla carta, ad un'epocale riforma di tutto il settore di cui non c'è traccia su alcun radar. Quello che tutti percepiscono è il disagio per un apparato che arranca sempre con esiti drammatici: non si riesce a mandare in cella i condannati con pena definitiva, come nel caso dell'assassino dei Murazzi a Torino. Altro che prescrizione.

Chissà, forse Flores d'Arcais e il Guardasigilli discuteranno anche di tutto, troppo, quel che non va - dai tempi biblici dei procedimenti all'incertezza della pena - e il ministro ci fornirà un cronoprogramma dei prossimi interventi. Chissà. Il titolo del dialogo, "Giustizia è libertà", promette altro. Speriamo che il tutto non si risolva in una lucidata del monumento alle toghe, un po' trascurato negli ultimi tempi. L'Italia avrebbe bisogno di altro.

 

 

 

 

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