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Bolzano: il carcere di via Dante tra i peggiori d'Italia

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di Paolo Campostrini

 

Alto Adige, 1 dicembre 2018

 

Ieri l'ispezione delle Camere penali italiane: "Una discarica sociale in pieno centro, condizioni di vita inaccettabili". Si sono prima guardati in faccia gli avvocati dell'osservatorio carceri. Come a capire se si era preparati ad ascoltare quello che avrebbero detto.

Poi hanno cominciato: "Qui i detenuti non hanno neppure l'acqua calda in cella", (Franco Villa, Cagliari). "Ci sono più di cento detenuti e un educatore, mai rilevata questa percentuale", (Filippo Fedrizzi, Trento). "Nessuno che abbia un'attività all'esterno, solo due detenuti in semilibertà" (Ninfa Renzini). "I carcerati sono costretti a farsi da mangiare attaccati al water, non so se posso..." (Mara Uggè, Bolzano).

E infine Gianluigi Bezzi, penalista bresciano: "Forse Bolzano non lo sa, ma devo dirvelo: avete una discarica sociale in pieno centro". Ecco come sono usciti da via Dante i rappresentanti nazionali delle Camere penali italiane. "Avete qui i soldi per rifare il colore delle panchine tutte le settimane e accettate di tenervi in casa tutto questo" è stata una delle osservazioni più discrete e pietose.

Stefano Zuccatti, il referente bolzanino delle Camere penali che ha accompagnato la delegazione ieri mattina in carcere ha voluto aggiungere (come hanno fatto lealmente tutti gli altri) che "il personale fa i salti mortali nelle condizioni in cui si trova, sono tutti molto preparati, c'è un'attenzione umana lodevole ma...". Ma la realtà è quella che hanno potuto forse soltanto intravvedere nelle poche ore della visita.

Celle da dieci persone, 112 detenuti, ma solo un mediatore (in effetti sono due, ma il secondo è ormai in pensione e il rimasto lo farà tra un anno...), spazi di socializzazione ridotti ad un luogo per il biliardino. Quando è stato detto che "il personale fa i salti mortali" volevano dire che anche la direttrice li fa. Organizzando attività alternative come corsi di computer, mostre fotografiche, artigianato. "Ma ciò che fanno quasi il 90% degli ospiti della struttura - hanno detto i delegati nazionali - è starsene tutto il santo giorno sdraiati sulla loro branda".

Magari con un detenuto alto due metri che si prende tutto lo spazio. O dovendo cucinare in mezzo a innumerevoli etnie, visto che gli italiani in via Dante sono soltanto 20 e gli altri di infinite nazionalità, africani, arabi, rumeni, albanesi... Con ritmi, cibi, usanze, culture che collidono ogni ora durante le attività. "C'è da dire che non abbiamo più avuto episodi gravi all'interno - ha rilevato la direttrice Anna Rita Nuzzaci - nessun alterco rilevabile, nessuna rissa. Naturalmente la struttura è quella che è". Dovrebbe esserci subito, domani quella nuova. Ma bisognerà aspettare ancora diversi mesi per iniziare i lavori nella "location" individuata vicino all'aeroporto, zona elicotteri, e almeno altri tre anni per trasferire gli ospiti di via Dante laggiù. In un carcere che ne potrà accogliere almeno 220. "Ma che sarà lontano dalla città, impedendo allora possibili attività di iterazione col contesto sociale...".

L'avvocato Gianluigi Bezzi si è voluto poi togliere qualche sassolino: "Noi penalisti siamo sempre accusati di essere dalla parte dei condannati, ma la realtà è che il carcere dovrebbe essere l'ultima ratio e solo per i più pericolosi. Perché la cella non è la sola risposta al delitto ma lo è ormai diventata. E se poi il carcere è quello di Bolzano, addio recupero del condannato come dice debba essere il fine per la nostra costituzione...". Insomma in Italia, via Dante è una eccezione al negativo. "Se facciamo un paragone con tutte le strutture che il nostro osservatorio ha visitato negli anni, beh - hanno dichiarato in coro i delegati nazionali - Bolzano è nettamente al di sotto degli standard italiani". Non se lo aspettavano, evidentemente, quello che hanno potuto verificare. È dunque un allarme sociale ma anche culturale molto netto, quello che è emerso. Una città con queste tradizioni di sostenibilità e tolleranza non si può permettere di avere nel suo corpo urbano un buco nero umano di queste dimensioni.

 

 

 



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