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Baby gang. Il caso di Bologna: 2mila ragazzi ai servizi sociali

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di Matteo Indice

 

La Stampa, 11 marzo 2019

 

Il vicesindaco: vanno coinvolti i genitori. "Io non ho fatto niente". Chiara ai primi due educatori ha risposto così, catapultata dal quartiere San Donato nella palazzina della comunità Oikos riservata (anche) ai minorenni del circuito penale. Chiara ci era arrivata un anno e mezzo fa in alternativa alla prigione per essere stata alla testa d'una baby gang, cui sono state attribuite rapine, estorsioni e ricatti a coetanei andati in scena per un anno pieno.

Erano in sei, cinque figli d'immigrati, il sesto italiano da varie generazioni. E i loro nomi sono entrati nell'elenco dei 2.239 ragazzi affidati all'Ufficio del servizio sociale per i minorenni a Bologna (entra chi commette un reato) che ne ha in carico il più alto numero d'Italia. Il capoluogo emiliano può essere davvero la capitale delle baby-gang?

Di sicuro c'è che fino all'autunno l'emergenza è stata reale, appunto fra San Donato e poi il centro universitario e fuori città a Casalecchio di Reno, nel megastore Meridiana: una trentina tra fermi e arresti nello spazio di pochi mesi, senza dimenticare l'allarme lanciato mercoledì scorso dalla Cgil sul sovraffollamento del carcere minorile del Pratello, che è al contempo un modello nei tentativi di reinserimento con una sessantina di progetti realizzati all'anno.

Nel 2017, ultimo dato disponibile, sono stati accolti 117 minori o "giovani adulti" (under 25 anni che hanno compiuto il reato prima di diventare maggiorenni): il 62% ha tra i 16 e i 17 anni, sono in prevalenza stranieri (70%), perlopiù marocchini o tunisini. E però l'Autorità garante per l'adolescenza dà una lettura più sfaccettata del primato bolognese: "Il raffronto per criteri omogenei è difficile. I territori di competenza dei vari distretti hanno estensioni fortemente variabili e Bologna copre tutta l'Emilia Romagna: in Sicilia ci sono ad esempio quattro tribunali per i minorenni, su aree più ristrette.

Secondo: la presa in carico da parte del servizio sociale varia nella data d'avvio e nella durata. Talvolta avviene dall'inizio del procedimento, e così è a Bologna dove di conseguenza l'affidamento si protrae di più, in altri territori no". Giovanni Mengoli, padre dehoniano, è il presidente di Ceis Bologna, l'associazione che gestisce una rete di comunità tra cui appunto Oikos: "I ragazzini che riceviamo, pur essendo stati protagonisti di fatti gravi, minimizzano. E il momento più drammatico è l'impatto con la struttura dopo l'allontanamento dalla famiglia per problemi giudiziari.

Da noi imparano i principi base d'una comunità, appunto: farsi da mangiare, riordinare con gli altri. E rimettersi, o cominciare, a studiare". Chiara non andava a scuola da tempo e le hanno insegnato a fare l'estetista; il suo compagno di banda Marko (tutti i nomi sono di fantasia), che più o meno in contemporanea era entrato in un'altra comunità ovvero la San Martino sui colli a ridosso della città, è diventato un idraulico: "Ora sto meglio - ha ripetuto pure lui a chiosa del proprio percorso - prima non avevo niente da fare".

"Uno degli aspetti su cui insistiamo - spiega Marilena Pillati, che di Bologna è il vicesindaco con delega ai progetti per l'adolescenza - è il lavoro con i genitori dei ragazzi dai 13 ai 17 anni. Lo facciamo soprattutto nelle seconde generazioni d'immigrati: in famiglie dove gli aspetti materiali, in primis la ricerca d'un lavoro dignitoso, sono prioritari.

E poco si ragiona sull'alienazione e la ricerca d'identità che possono spingere i ragazzini a entrare nelle mini-bande". Gianpiero De Cicco invece fa l'avvocato, è nel direttivo di Cammino, la camera penale per la persona, la famiglia e i minorenni, ha lavorato sia a Napoli sia a Bologna e da anni segue le baby gang: "Due mondi differenti, problemi importanti ovunque. Ma per chi non è avvezzo al crimine, il processo penale può essere un colpo irreversibile".

 

 

 

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