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Atto politico e sindacato del giudice penale: il caso della nave Diciotti

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di Pietro Alessio Palumbo

 

Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2019

 

Il Tribunale di Catania ha recentemente prodotto una relazione finalizzata all'avvio della procedura per il rilascio dell'autorizzazione da parte del Senato, volta a poter procedere nei confronti di un Ministro, per ipotizzato sequestro di persona, realizzato mediante la costrizione prolungata di migranti, a bordo dell'unità navale della Guardia Costiera Italiana "U. Diciotti". Il Tribunale ha precisato che qualora autorizzato, non intende affatto sindacare un "atto politico" dell'Esecutivo, bensì un supposto, illegittimo utilizzo di una potestà amministrativa. In particolare l'articolo 7, della legge Costituzionale n°1/1989, dispone che presso il tribunale del capoluogo del distretto di Corte d'Appello competente per territorio, è istituito un Collegio per i reati commessi dai Ministri nell'esercizio delle funzioni, previa autorizzazione del Parlamento. La norma garantisce, dunque, il pieno rispetto dei principi costituzionali di legalità e di eguaglianza, bilanciandoli con il precetto della divisione dei poteri, caposaldo del moderno stato di diritto.

Atto politico e atto amministrativo - La controversia è di evidente interesse giuridico, con particolare riguardo al rapporto tra atto politico e (possibile) sindacato del giudice penale. In presenza di un "atto politico", sussiste insindacabilità da parte del giudice penale. In presenza di un atto dettato da "ragioni politiche", tuttavia non qualificabile come "atto politico" in senso stretto, si apre invece lo scenario della ripartizione di competenze tra Autorità giudiziaria e Parlamento. Va coerentemente posta una distinzione tra atto politico insindacabile tout court dal giudice penale e atto amministrativo adottato sulla scorta di valutazioni politiche. L'atto politico è caratterizzato dalla provenienza dell'atto da organi dello Stato cui sono riconosciute funzioni di scelta e indirizzo, in nome e per conto della collettività. L'atto politico detta disposizioni generali in relazione al funzionamento dei pubblici poteri, con correlata libertà dei fini che spetta alla Pa realizzare. Ciò nondimeno, tali caratteristiche dell'atto politico vanno poste in equilibrio con l'effettività della tutela giurisdizionale. Per questa via è necessaria una lettura costituzionale sull'articolo 7 del codice del processo amministrativo, il quale stabilisce che non sono impugnabili gli atti emanati dal Governo nell'esercizio del potere politico. In buona sostanza, la categoria dell'atto di governo non può sussistere di per sé, ma solo in quanto tipologia di provvedimenti correlati a funzioni costituzionali proprie: è il caso delle deliberazioni di adozione di decreti legge e legislativi. Ad esempio, con riguardo ai provvedimenti di scioglimento degli organi elettivi comunali, la Consulta ha insegnato che la qualifica di atto politico va esclusa per i provvedimenti di scioglimento di cui alla legge n. 55/1990 concernente disposizioni per la prevenzione della delinquenza di tipo mafioso, poiché la difesa degli enti locali da ingerenze della criminalità organizzata, persegue un interesse fissato dalla legge, residuando al potere esecutivo un compito esclusivamente amministrativo, attuativo. Mentre l'atto amministrativo incide in modo diretto ed immediato su posizioni giuridiche individuali, poiché volto a dare assetto agli interessi coinvolti in una fattispecie, l'atto politico è emanato dall'organo esecutivo, perseguendo fini ideali. L'atto politico non ha capacità lesiva di situazioni soggettive individuali, per cui non v'è esigenza di tutela giurisdizionale del privato cittadino rispetto ad esso.

Atto pseudo-politico e atto di alta amministrazione - Nel caso di specie, il Tribunale di Catania ha ritenuto che oggetto di valutazione non sia un "atto politico" in senso stretto, bensì una condotta (il diniego allo sbarco) che, a suo giudizio, costituisce atto amministrativo endo-procedimentale dovuto. Il Tribunale distingue l'atto politico puro, dall'atto pseudo-politico (ispirato da un "movente politico") che non assurge al rango di atto politico insindacabile. In altre parole, l'atto amministrativo che persegue finalità politiche esterne a quelle codificate dalla normativa di riferimento è censurabile come tutti gli altri atti amministrativi, ancorché la valutazione delle ragioni politiche che potrebbero aver influenzato l'ordinario corso delle procedure amministrative, non attiene al potere giudiziario, bensì al Parlamento quale espressione dei cittadini. Diversa natura ha inoltre l'atto di "alta amministrazione", categoria che è anello di congiunzione tra la fase della programmazione politica e l'attività di gestione amministrativa. In sostanza, l'atto di alta amministrazione è pur sempre il prodotto dell'attività amministrativa, esecutiva, non di quella politica e si distingue dall'atto politico, non soltanto per essere comunque vincolato nel fine e soggetto alla legge, ma soprattutto perché è sindacabile dal potere giudiziario.

 

 

 



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