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"Borsellino ucciso per il maxi processo e per mafia-appalti, non per la trattativa" PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 21 gennaio 2021

 

Le motivazioni della sentenza d'appello emessa dalla corte d'Assise di Caltanissetta del processo "Borsellino quater" per la strage di via D'Amelio. Paolo Borsellino non fu ucciso per la presunta trattativa Stato-mafia, per la quale tra l'altro ancora c'è un processo in corso per confermarla o meno, ma dalla mafia "per vendetta e cautela preventiva".

La vendetta è relativa all'esito del maxiprocesso, mentre la "cautela preventiva" è relativa alle sue indagini, in particolare quelle su mafia appalti. Quest'ultima ipotesi - scrive la Corte d'assise di appello di Caltanissetta nelle motivazioni della sentenza di secondo grado del "Borsellino Quater" - "doveva, peraltro, essere anche collegata alla circostanza riferita dal collaboratore Antonino Giuffrè sui "sondaggi" con "personaggi importanti" effettuati da Cosa Nostra prima di decidere sull'eliminazione dei giudici Falcone e Borsellino oltre che sui sospetti per i quali lo stesso Borsellino, il giorno prima dell'attentato, aveva confidato alla moglie "che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò accadesse".

Sempre nella sentenza viene citato il fatto che l'arrivo di Borsellino nel nuovo ufficio della Procura di Palermo "era stato percepito con preoccupazione da Cosa Nostra, al punto che Pino Lipari (vicino ai vertici dell'organizzazione maliosa) aveva commentato il fatto dicendo che avrebbe creato delle difficoltà a "quel santo cristiano di Giammanco".

Ebbene, aggiunge la Corte, "sulla base di tali evidenziate "anomalie", i primi giudici disponevano la trasmissione degli atti al Pubblico ministro per le determinazioni di competenza su eventuali condotte delittuose emerse nel corso dell'istruttoria dibattimentale".

Mafia-appalti concausa della strage di Via D'Amelio - La Corte d'asssise di appello di Caltanissetta si sofferma molto sull'indagine mafia-appalti come concausa della strage di Via D'Amelio. Lo rimarca osservando che Borsellino aveva mostrato particolare attenzione alle "inchieste riguardanti il coinvolgimento di "Cosa Nostra" nel settore degli appalti pubblici, avendo intuito l'interesse strategico che tale settore rivestiva per l'organizzazione criminale". Viene riportato ciò che il collaboratore Giuffrè aveva riferito, in sede di incidente probatorio, all'udienza del 5 giugno 2012.

Ovvero che le ragioni dell'anticipata uccisione del giudice Borsellino erano "anche da ricondurre al timore di Cosa Nostra che quest'ultimo potesse divenire il nuovo capo della Direzione Nazionale Antimafia nonché al timore delle indagini che il medesimo magistrato avrebbe potuto compiere in materia di mafia-appalti, con specifico riferimento al rapporto presentato dal Ros dei Carabinieri alla Procura di Palermo, su input del giudice Giovanni Falcone, nel quale erano stati evidenziati appunto i rapporti fra mafia e appalti, con particolare riferimento alle interferenze di Cosa Nostra sul sistema di aggiudicazione degli appalti, secondo un rapporto triangolare fondato sulla condivisione di illecite cointeressenze economiche che coinvolgeva, mettendoli ad un medesimo tavolo, il mondo imprenditoriale, politico e quello mafioso".

Confermata la sentenza di primo grado - La sentenza, emessa nel novembre 2019, ha confermando quella di primo grado ed accogliendo le richieste della Procura generale, ha condannato all'ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino, imputati il primo come mandante ed il secondo come esecutore della strage in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i 5 uomini della scorta. Condannati a 10 anni i "falsi pentiti" Francesco Andriotta e Calogero Pulci, accusati di calunnia. Così come aveva fatto la Corte d'assise presieduta da Antonio Balsamo anche in appello i giudici hanno dichiarato estinto per prescrizione il reato di calunnia contestato a Vincenzo Scarantino.

 
Alla Consulta il divieto al 41bis di colloqui via Skype con i minori PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 21 gennaio 2021

 

Il prossimo 9 marzo i giudici esamineranno il caso di un genitore, detenuto al 41 bis, sollevato dal Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria. Il diritto all'affettività è di fatto tolto ai figli minorenni dei detenuti al 41 bis. Ma ora sarà la Consulta ad occuparsene. A causa del Covid 19 e le restrizioni inevitabili causate dalle zone rosse e arancioni, l'unico mezzo per permettere ai figli di fare colloqui con i padri reclusi al carcere duro è l'utilizzo di Skype.

Oramai è quasi un anno che i bimbi non riescono più a vedere i propri padri al 41 bis. Non mancano casi di traumi psico-fisici dovuti dall'assenza paterna. È giusto che la colpa dei padri ricada anche sui figli minori? Il problema è la mancanza di previsione che i colloqui cui hanno diritto i detenuti e gli internati sottoposti a regime speciale possono essere svolti a distanza con i figli minorenni mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l'amministrazione penitenziaria e minorile.

Il prossimo 9 marzo al vaglio dei giudici della Corte costituzionale - Un problema che, grazie all'ordinanza del tribunale dei minorenni di Reggio Calabria, sarà vagliato il prossimo 9 marzo dalla Corte costituzionale. Sì, perché tale divieto lede non solo diversi articoli della Costituzione, ma anche numerose convenzioni. Dalla Cedu alla carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Per i 41 bis è in corso, di fatto, una disparità di trattamento rispetto ai minorenni figli di detenuti ordinari, relativamente alla disciplina dei colloqui audiovisivi a distanza. Ma c'è anche la violazione dei diritti inviolabili, come quello di intrattenere rapporti affettivi con i familiari detenuti idonei a garantire lo sviluppo e il benessere psico-fisico del minore. Non solo. Il tribunale dei minorenni, sottolinea anche la violazione dei principi a tutela dell'infanzia e della gioventù, la violazione del principio della finalità rieducativa della pena. Ma c'è anche un evidente contrasto con i principi convenzionali a tutela del diritto della persona al rispetto della vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza e che vietano i trattamenti inumani e degradanti. Non da ultimo, c'è anche il richiamo alla tutela sovranazionale dei minori.

Il caso sollevato dal Tribunale dei minori di Reggio Calabria - Il caso specifico sollevato dal Tribunale di Reggio Calabria è emblematico. Solo raccontandolo, l'opinione pubblica può essere correttamente informata per capire quanto sia drammatico un tale divieto. L'uomo al 41 bis dovrà scontare almeno 30 anni per reati di associazione per delinquere di tipo 'ndranghetistico, omicidio e altro. Contestualmente i suoi figli minorenni sono stati affidati ai servizi sociali, perché vivevano in una sorta di degrado. Lo hanno dovuto fare, perché avevano un urgente bisogno di intraprendere una sana crescita psicofisica.

Per questo il giudice ha demandato agli psicologi specialisti del Consultorio familiare delegato, in collaborazione con il Servizio sociale territoriale, il compito di programmare in favore dei minori una mirata attività di sostegno psicologico e socio-educativo, con l'obiettivo di spiegare loro gradualmente la realtà delinquenziale in cui si era formato il padre e i reali motivi della sua carcerazione. Infine, ha segnalato l'opportunità di preparare "la signora e i minori anche a programmare, in un futuro non remoto, uno spostamento mirato dalla città, segnalando che tale soluzione doveva essere contemplata e adeguatamente programmata, in quanto la negativa reputazione della famiglia paterna, i connessi rischi di emarginazione sociale e la suggestione di determinati modelli culturali comportavano il rischio elevato di esposizione dei minori, una volta raggiunta l' età dell'adolescenza, a situazioni di devianza o di pregiudizio per la loro integrità emotiva". Parimenti, il tribunale ha segnalato la necessità che il previsto dispositivo fosse in grado: 1) di spiegare ai bambini, con le cautele opportune, che il padre, attesa l'entità della pena inflittagli, non sarebbe tornato presto a casa; 2) di preparare i minori prima degli incontri con il padre che, secondo il condivisibile parere degli esperti, non dovevano essere interrotti. Analogo percorso di preparazione, il giudice ha previsto che l'uomo al 41 bis dove essere messo in grado di rispondere in modo corretto alle eventuali domande dei figli in ordine al suo stato di carcerazione e ai motivi della sua assenza educativa.

La grave sofferenza del figlio 14enne - C'è in particolare il figlio di appena 14 anni che necessita di parlare con il padre. Dalla relazione psicologica emerge la grave sofferenza del ragazzino recante "segni di trauma dovuti alla separazione dal padre e tratti di rigidità, collegati a difese emotive, con la conseguenza che il medesimo adolescente vive uno stato di lutto non completamente elaborato sia per l'assenza del genitore che per le situazioni esistenziali che si trova a vivere".

Non solo. Il ragazzino è anche affetto da una importante patologia cronica (diabete) che, durante l'emergenza epidemiologica, sconsigliava (e sconsiglia) assolutamente i suoi spostamenti, oltretutto molto complessi per le restrizioni governative in atto. Ma niente da fare. Non gli è permesso fare una videochiamata tramite skype. Un divieto che la Consulta dovrà valutare se leda o meno la Costituzione italiana. Ma una certezza ce l'abbiamo: lede il benessere psico-fisico del 14enne, un ragazzino che non ha colpa alcuna. Solo garantendo i suoi diritti, lo si mette al riparo dalla criminalità organizzata.

 
Sicilia. Coronavirus, intesa Regione-Dap per prevenire il contagio nelle carceri PDF Stampa
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Giornale di Sicilia, 21 gennaio 2021

 

Personale sanitario e misure organizzative per prevenire e contenere il contagio da Covid-19 negli istituti penitenziari dell'Isola. È il contenuto del Protocollo d'intesa tra la Regione Siciliana e il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, siglato questa mattina a Palazzo Orléans dal presidente della Regione, Nello Musumeci, e dal provveditore regionale, Cinzia Calandrino, presenti il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia, l'assessore regionale della Salute, Ruggero Razza, e l'assessore regionale al Territorio e Ambiente, Toto Cordaro.

Per ridurre il rischio di contagio l'assessorato della Salute si impegna a individuare e assegnare personale sanitario (medici, infermieri, operatori) preposto all'adozione delle misure di prevenzione e contenimento della diffusione del virus a tutela del personale penitenziario (circa 4 mila unità) in servizio nei 23 istituti di pena e al Provveditorato regionale della Sicilia.

Le Asp provinciali valutano la possibilità di costituire presidi sanitari anti-Covid nelle sedi penitenziarie e garantiscono l'attuazione di specifiche misure igienico-sanitarie. In particolare, dispongono: l'approvvigionamento della fornitura di tamponi per il personale delle strutture sanitarie; la somministrazione di test diagnostici al personale penitenziario per accertare l'eventuale positività al Coronavirus; la somministrazione di test rapidi con finalità di screening sul personale penitenziario; il monitoraggio periodico preventivo; il tracciamento degli eventuali contagi riguardanti il personale penitenziario, inclusi i volontari, i ministri di culto, gli assistenti sociali, i docenti e il personale che accede nelle sedi penitenziarie.

Il Provveditorato regionale si impegna a sensibilizzare il personale allo scrupoloso rispetto delle misure vigenti di prevenzione e contenimento della diffusione virale. "È un significativo passo - dice il presidente Nello Musumeci - nel processo di collaborazione tra istituzioni, perché la Regione Siciliana non può restare inerme di fronte a tutto quello che avviene all'interno delle mura carcerarie, sia per quanto riguarda il personale in divisa che la popolazione detenuta. È chiaro che i problemi si esasperano nella stagione del Covid, ma cogliamo questa opportunità per migliorare la vivibilità e la sicurezza dell'ambiente carcerario".

"Siamo grati della disponibilità manifestata dalla Regione - dichiara il capo del Dap, Petralia - e da quanti si sono impegnati nella realizzazione di questo Protocollo che rappresenta un primato per questo territorio". "L'intesa - aggiunge il provveditore Calandrino - ha lo scopo di tutelare il personale che opera all'interno delle carceri dell'Isola e che quotidianamente compie un lavoro in prima linea".

Fra le misure previste ci sono: l'individuazione di locali in cui svolgere le attività sanitarie; il rilevamento dei fattori di rischio all'interno degli istituti; l'obbligo di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie; il mantenimento della distanza di sicurezza; la disponibilità di prodotti igienizzanti per il personale e dispenser accessibili negli spazi comuni; la pulizia quotidiana e la sicurezza di tutti gli automezzi; l'areazione e la pulizia degli ambienti e la successiva sanificazione, nel caso di rilevata presenza di persona affetta da Covid-19 all'interno dei locali; la verifica della sanificazione avvenuta negli ambienti di lavoro e caserme; il ricambio dell'aria nei luoghi di lavoro; la fruizione alternata degli spazi comuni; la riduzione al minimo dei tempi di permanenza e l'organizzazione delle riunioni di lavoro in modalità a distanza. Il Protocollo prevede anche una formazione concordata fra istituzione penitenziaria e Asp rivolta al personale delle carceri con riferimento all'analisi del contesto ambientale e alle variabili che influenzano lo stato di salute psicofisica.

 
Campania. Senza assistenza la salute mentale nelle carceri è solo un miraggio PDF Stampa
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di Viviana Lanza

 

Il Riformista, 21 gennaio 2021

 

Salute mentale e assistenza dentro e fuori le carceri è il tema del report presentato dal garante regionale delle persone private della libertà, Samuele Ciambriello, e per la prima volta a livello regionale fornisce una mappatura della situazione sanitaria in questo delicato e complesso settore. Il lavoro, con il contributo delle associazioni Psichiatria Democratica e Articolo 1, punta l'attenzione su Tso e Rems, cioè sul trattamento sanitario obbligatorio e sulle residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza.

Secondo dati aggiornati al 20 dicembre scorso, l'offerta di posti letto nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura della Campania ha subìto una contrazione di circa il 15%, passando da 140 a 120 posti. E la pandemia ha inciso, perché l'ospedale San Giovanni Bosco è stato riconvertito in presidio Covid, i locali adibiti all'assistenza dei malati psichiatrici sono stati destinati ad altro impiego e i due reparti dell'ospedale del Mare sono stati fusi in un unico reparto con 16 posti letto.

Per quanto riguarda invece le Rems, nelle quattro strutture presenti in Campania (San Nicola Baronia e Calvi Risorta definitive, Mondragone e Vairano Patenora temporanee) sono ospitate 44 persone. E ci sono 19 detenuti che attendono un collocamento nelle Rems, di questi 18 provengono da istituti penitenziari della Campania (dieci ristretti nelle articolazioni mentali, tre nei reparti comuni e cinque in attesa del fine pena) e uno proveniente dal carcere romano di Regina Coeli. A questi bisogna aggiungere dieci detenuti agli arresti domiciliari.

"Mi occupo non solo di carceri ma di tutte quelle realtà che vengono private delle libertà, quindi anche persone sottoposte a Tso e questo affinché anche all'interno delle strutture sanitarie siano garantiti i diritti e sia tutelata la dignità dei cittadini. La mancanza di personale all'interno di queste strutture incide su molti problemi rischiando così di cronicizzarli", è la preoccupazione del garante Ciambriello. "L'attenzione sulla salute mentale non va mischiata con le persone detenute, può essere pericolosissimo - è la riflessione sollevata da Fedele Maurano, direttore del dipartimento di salute mentale dell'Asl Napoli 1 nel corso del suo intervento alla presentazione del report in Consiglio regionale - In carcere non si può assicurare nessun progetto e programma di salute mentale qualunque persona ci metti dentro, perché senza libertà non c'è cura".

"Le Rems dovrebbero essere l'ultimissima sponda - aggiunge - invece i magistrati ricorrono spesso a questa misura sacrificando la salute del singolo alla sicurezza della comunità". "Il diritto alla salute è un diritto dell'uomo, carcerato o libero che sia - afferma Valeria Ciarambino, vicepresidente del Consiglio regionale - Mi impegnerò per far sì che si intervenga su questi temi così delicati e che si possa superare questo stigma sociale, perché la cultura del nostro territorio sembra andare nel senso opposto".

Investire su più risorse e sui sostegni alle famiglie è la proposta della presidente della commissione regionale Cultura e Politiche Sociali, Bruna Fiola: "Il sistema sanitario deve essere rafforzato, nonostante siano stati chiusi gli Opg il diritto alla salute non è ancora del tuo rispettato. Dobbiamo lavorare sulle condizioni dei detenuti anche in campo normativo e dare sostegno alle famiglie perché se lavoriamo sulle famiglie possiamo salvare più vite".

Intanto è in discussione alla Camera una proposta di legge sulla possibilità di sostenere, con lo strumento normativo dello Stato, i Piani terapeutici riabilitativi individuali (Ptri). "L'auspicio - conclude il presidente del Consiglio regionale Gennaro Oliviero - è iniziare questa nuova legislatura con una legge a tutela dei diritti e delle libertà, apertura di un nuovo sviluppo politico con l'obiettivo di eliminare, o quanto meno ridurre, i confini in cui vi è una reale sospensione della Costituzione".

 
Sardegna. Dall'Aspal progetti personalizzati per il reinserimento detenuti PDF Stampa
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buongiornoalghero.it, 21 gennaio 2021

 

Si chiama L.I.B.E.R.I. (Lavoro, Inserimento, Bilancio di competenze, Esperienza, Riscatto sociale, Inclusione) ed è un nuovo intervento dell'Aspal finanziato col Fondo sociale europeo che ha l'obiettivo di finanziare progetti di inserimento sociale e lavorativo per aiutare detenuti o persone sottoposte a misure alternative alla detenzione prese in carico dai servizi sociali della Giustizia ad avere servizi e progetti personalizzati, in modo da aumentare la possibilità di inclusione attiva e ridurre il rischio di povertà e esclusione sociale.

L'avviso pubblico, sviluppato in collaborazione con i Servizi sociali della Giustizia (Uffici Esecuzione Penale Esterna - Uepe e Uffici Servizi Sociali Minorenni - Ussm), è rivolto a imprese sociali, cooperative sociali e i loro Consorzi, associazioni di promozione sociale che possono partecipare singolarmente o in raggruppamento con altri organismi come i soggetti accreditati per i servizi al lavoro, agenzie formative, enti che erogano servizi di orientamento e accompagnamento al lavoro, comuni o imprese.

Lo stanziamento è di un milione di euro, ripartito in tre aree territoriali: A) Area territoriale Città Metropolitana di Cagliari, Provincia del Sud Sardegna, Provincia di Oristano: 544.530 euro; B) Area territoriale Provincia di Nuoro: 175.000 euro; C) Area territoriale Provincia di Sassari: 280.470 euro. Sarà finanziato un progetto per ogni area territoriale, quindi il budget di ogni progetto sarà pari allo stanziamento previsto per l'area territoriale per la quale si partecipa.

"È proprio nei momenti in cui l'intero sistema è fragile che bisogna avere maggiore attenzione verso i più deboli" ha detto Aldo Cadau Commissario straordinario dell'Aspal. "Questi interventi - ha continuato - mirano a tutelare l'individuo e la sua dignità offrendogli la possibilità di un reinserimento nella società attiva". Le proposte progettuali dovranno essere presentate dal 1 febbraio al 15 marzo 2021.

I progetti devono essere presentati esclusivamente tramite Pec (all'indirizzo Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ) utilizzando i moduli allegati all'avviso. Per eventuali richieste di chiarimenti sui requisiti e le modalità di partecipazione si può scrivere all'email dedicata: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ; per informazioni generali ci si può rivolgere all'Ufficio Relazioni con il Pubblico dell'Aspal in via Is Mirrionis 195 Cagliari, tel. 0706067039 (dal lunedì al venerdì dalle ore 11:00 alle ore 13:00, e nei giorni di martedì e mercoledì anche dalle ore 16:00 alle ore 17:00) oppure all'indirizzo Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .

 
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