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Appello di pm e avvocati: "Basta con la barbarie del processo mediatico"

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di Errico Novi

 

Il Dubbio, 12 febbraio 2019

 

Un pm, un avvocato e un presidente della Scuola superiore della magistratura. Sono sul palco allestito lo scorso fine settimana nell'Aula Magna della Sapienza di Roma, dove si celebra l'evento per i 110 anni dell'Anm. Tutti e tre si impegnano a spiegare che "il processo mediatico è una carnevalata, pericolosa perché disabitua l'opinione pubblica rispetto all'effettivo funzionamento della giustizia". Rispondono alle domande e alle provocazioni di due brillanti giornaliste Rai: Serena Bortone e Franca Leosini, che ha letteralmente inventato un genere tv con la sua "Storie maledette".

I tre sul palco sono l'ex presidente dell'Associazione magistrati Rodolfo Sabelli, il presidente del Cnf Andrea Mascherin e appunto l'attuale vertice della scuola che forma le toghe, Gaetano Silvestri. L'attacco è multipolare e concentrico: è rivolto al processo mediatico, alla spettacolarizzazione della giustizia penale, e suscita la reazione persino sorpresa soprattutto di Bortone, che modera il dibattito.

La scena è significativa ma non sorprendente. E riferisce soprattutto una cosa: la preoccupazione sempre più profonda fra gli attori del processo per la deriva che ha preso, nell'opinione pubblica, la "perenne ricerca di un colpevole" come la definisce Mascherin. Deriva pericolosa perché mette in discussione le fondamenta dello Stato di diritto, come ricorda Sabelli, che si definisce "rigoroso sul lavoro" eppure "consapevole che sarebbe necessario avere giornalisti in grado di raccontare la giustizia, fare da divulgatori dei suoi complessi tecnicismi e fare così comprendere come un magistrato o un avvocato compiano le loro scelte innanzitutto in osservanza della Costituzione".

Significativo è anche il fatto che per i propri 110 anni l'Anm abbia voluto impegnare il dibattito conclusivo della propria ricca due giorni a un confronto su "Raccontare la giustizia: alla ricerca di un linguaggio comune al servizio dei cittadini".

È rilevante perché attesta come l'allarme per gli attacchi alle toghe, spesso innescate proprio dalle degenerazioni mediatiche, siano una delle prime preoccupazioni per la magistratura. E ancora, non appare casuale l'aver scelto che proprio su un tema simile intervenisse il rappresentante della massimo organismo dell'avvocatura, Mascherin appunto.

Poco prima di passargli il microfono, Sabelli segnala l'urgenza di far comprendere ai cittadini che "la magistratura e l'avvocatura saranno sempre l'estrema barriera contro la violazione dei diritti". E che dunque banalizzare il processo e rovesciarlo in vendetta forcaiola è un pericolo per tutti, mentre lo Stato di diritto è l'unica garanzia che mette al riparo.

Ma siamo al punto da trasformare il giudice in un terminale condizionabile dal processo mediatico? Secondo Mascherin "la magistratura e l'avvocatura italiane esprimono uno straordinario grado di professionalità, nettamente superiore a quelle degli Stati Uniti, per esempio, da cui non mi farei certo giudicare. Tale spessore allontana il rischio di essere condizionati, eppure un simile pericolo esiste. E in ogni caso il giudice non deve essere sottoposto alla giuria mediatica, non deve vedersi travolto dalle accuse, e magari trovare i familiari delle vittime che inveiscono contro di lui, per via delle aspettative create intorno a una sua decisione".

È quella che Silvestri definisce "intossicazione provocata dal processo spettacolarizzato: se la giustizia finta radica nell'opinione pubblica una determinata convinzione attorno a un fatto, le persone finiranno per non credere al processo vero e ai suoi esiti. Ed è per questo", avverte il presidente della Scuola superiore della magistratura, "che magistrati e avvocati dovrebbero astenersi dal partecipare a trasmissioni paragonabili a vere e proprie carnevalate".

Sottrarre il giudice dalla morsa delle pressioni forcaiole significa, per Mascherin, "mettere fine a una barbarie, che si traduce ormai nella contestazione pubblica di ogni pronuncia di assoluzione, vissuta come il fallimento dello Stato. E invece", ricorda il presidente del Cnf tra gli applausi dei quasi mille magistrati che seguono il dibattito in platea, "l'assoluzione è l'affermazione massima dello Stato di diritto, perché nel dubbio il giudice evita il rischio di condannare un innocente".

Una delle circostanze in cui più spesso si rivela lo scarto fra aspettative deluse del pubblico e corretta interpretazione del giudice è, nota Mascherin, "la qualificazione come omicidio colposo di casi in primo grado definiti e condannati come volontari".

E infatti, segnala Sabelli, "proprio alla comprensione degli elementi che distinguono il dolo dall'omicidio colposo dovrebbe rivolgersi l'opera di divulgazione degli operatori nei confronti dell'opinione pubblica, che va educata ai valori della Costituzione". E non trasformata in una platea di consumatori della giustizia come spettacolo vendicativo, deformazione utile solo ad occultare colpe diverse da quelle di una persona accusata ma innocente.

 

 

 



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