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Alessio Scandurra: "il reato di tortura non è legge perché la politica ha paura"

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di Orlando Trinchi

 

Il Dubbio, 20 marzo 2017

 

Il dirigente di Antigone: "I diritto sono sotto attacco, non dobbiamo arretrare ma vigilare e rilanciare". "Raramente, direi mai, qualcuno, nel Parlamento italiano, si è opposto pubblicamente all'introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento; ciò nonostante, in Italia ancora non esiste una legge in merito". Le parole di Alessio Scandurra, responsabile, insieme a Michele Miravalle e Roberta Bartolozzi, dell'Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone - Onlus che dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso si occupa dei diritti e delle garanzie nel sistema penale, sollevano un problema quanto mai spinoso e attuale. Un problema tuttora irrisolto.

 

Il presidente di Antigone Patrizio Gonnella, insieme a Antonio Marchesi (Amnesty International Italia), Luigi Manconi (A Buon Diritto) e Antonio Gaudioso (Cittadinanzattiva), ha firmato una lettera aperta indirizzata al Ministro della Giustizia Orlando per sollecitare l'introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento. La vostra richiesta ha avuto seguito? Pensa che verranno accolte le proposte di modifica ivi contenute in favore di una legge che rispecchi maggiormente quanto richiesto dall'attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, ratificata dall'Italia nel 1989?
Non abbiamo avuto riscontri. Il disegno di legge che in questo momento è in discussione al Senato presenta diversi aspetti problematici, quindi tornare alla versione della Camera rappresenterebbe per noi un passo in avanti verso una soluzione ottimale. Votando la formulazione della Camera si eviterebbe infatti di dover tornare dal Senato alla Camera e di prolungare così un ping pong parlamentare che finirebbe per durare fino alla fine della legislatura e impedirebbe anche questa volta di ottenere un risultato àmbito - come risulta dalle dichiarazioni - sia dal governo che dal Ministero della Giustizia. Sono poche le resistenze espresse, molte quelle inespresse. Da diversi decenni questo tema è in discussione e in ogni legislatura passata ci sono stati uno o più disegni di legge miranti all'introduzione del reato di tortura. Invano. Tra l'altro, la tecnica di presentare un pessimo emendamento per poi 'avvelenarè la legge - ovvero fare in modo che nessuno abbia poi più voglia di portare avanti un disegno di legge al riguardo - è una tecnica che è già stata usata in passato: è il modo probabilmente più semplice per affondare il percorso legislativo senza doversi opporre pubblicamente al reato di tortura. In questo caso, però, credo sinceramente che il ministro abbia intenzione di portare a casa questo risultato.

 

Perché, a suo avviso, proprio in Italia, rispetto ad altri Paesi, non esiste ancora una legge contro il reato di tortura?
Probabilmente perché in Italia abbiamo da molti anni una politica debole, che stenta a fare scelte magari anche condivise ma che potrebbero scontentare gruppi di pressione importanti, avversi al reato di tortura. La politica non riesce sempre ad arginare tali influenze. Nel caso di specie le forze di polizia sono da noi molto più numerose, dal punto di vista quantitativo, rispetto ad altri Paesi europei e costituiscono un cospicuo gruppo sociale e, quindi, elettorale.

 

Appena insediatosi, Trump aveva in un primo tempo avallato la pratica della tortura per poi, in un secondo momento, tornare sui propri passi. Pensa che questo possa in un certo senso favorire uno sdoganamento internazionale della tortura anche presso Paesi europei?
Premesso che Trump è una figura fuori degli schemi, l'Unione Europea, di cui in questo periodo ricorre un anniversario importante, è per noi attivisti un punto di riferimento imprescindibile per la promozione e la garanzia dei diritti fondamentali: tuttora lavoriamo tenendo in considerazione le raccomandazioni e la direttive da essa provenienti riguardo temi come il processo penale o la detenzione. Al tempo stesso, rileviamo oggi all'interno dell'Europa, forse per la prima volta da decenni, tendenze di segno inverso, un disamoramento rispetto ad alcuni valori condivisi: c'è la sensazione che alcuni Paesi europei stiano facendo dei passi indietro. Io non parlerei di inversione di tendenza, mi sembra eccessivo, tuttavia ogni conquista va difesa e ogni avanzamento in questo campo è arduo.

 

È trascorso oltre un anno dall'assassinio di Giulio Regeni. A suo avviso, il governo italiano ha fatto abbastanza o si deve fare di più per appurare fino in fondo la verità?
È difficile dire che l'Italia abbia fatto abbastanza visto che non è stata ancora appurata tutta la verità su questo caso. Si deve chiedere di più a quel Paese (l'Egitto, ndr) - il cui governo ha offerto sostegno e tutela ai responsabili di questa vicenda - ed è proprio il nostro Paese che deve farlo: è un nostro cittadino ad essere stato vittima di un caso di tortura di Stato. Auspichiamo che si faccia tutto ciò che è necessario per chiarire la verità storica e il completo accertamento delle responsabilità.

 

La pratica della tortura nel tempo ha sconfinato anche in ambiti diversi da quelli a essa deputati, come le carceri e i manicomi. Cosa ne pensa della riforma del sistema penale promossa dal Guardasigilli Orlando, specialmente in relazione a ciò che riguarda i futuri ospedali psichiatrici?
Da tempo si è imposta l'idea che chi ha in mano la vita delle persone debba maneggiarla con la cura e il rispetto che la vita delle persone merita. La Convenzione europea dei diritti dell'uomo, quando istituisce il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani e degradanti, si impegna a monitorare anche gli ospedali psichiatrici - gli Spdc (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura, ndr), i ricoveri per anziani e, più in generale, tutti i luoghi in cui si trovino persone non autonome a cui garantire sostegno. Io credo che la nostra rimanga una normativa strutturalmente garantista: abbiamo chiuso i manicomi - cosa che non tutti i Paesi europei hanno fatto - e ora abbiamo superato anche gli ospedali psichiatrici giudiziari, che negli anni successivi alla chiusura dei manicomi avevano assunto il ruolo di unica istituzione di contenimento ma che nei fatti non si discostavano molto dalla tenuta del carcere, da cui differivano solo per un maggiore trattamento sanitario e psichiatrico. Siamo soddisfatti della chiusura degli Opg (Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ndr) e del trasferimento al servizio sanitario nazionale della gestione di persone che non erano responsabili dei fatti che hanno commesso e che, per definizione e per legge, risultano pericolose per sé e per gli altri. Si tratta di un impegno nuovo e maggiore rispetto a quello che aveva prima il sistema sanitario nazionale, del tutto coerente con il nostro quadro normativo e culturale: non sono persone che vanno punite - in quanto non responsabili di quello che hanno commesso - dunque non le si può confinare in un'istituzione che, al di là delle etichette, nella sostanza è analoga al carcere. Siamo abbastanza soddisfatti dell'attuale percorso di riforma, sia in riferimento alla chiusura degli Opg che all'introduzione delle Rems (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza, ndr). L'unica nostra riserva riguarda un emendamento al disegno di legge delega sulla riforma dell'ordinamento penitenziario e del processo penale, che introduce una nuova norma che praticamente riporta nelle Rems le stesse persone che prima stavano negli Opg, rischiando così di sovraccaricare un meccanismo non ancora entrato a regime. Il nuovo sistema che si stava delineando era costituito sia dalle Rems che dal potenziamento dei servizi territoriali - cosa che riduceva il numero di persone da allocare nelle stesse Rems, garantendo così una maggiore integrazione con i servizi sociali, livelli di reinserimento maggiori, ecc. La nostra preoccupazione non riguarda la riforma in corso, ma un possibile rallentamento della riforma medesima.

 

In alcune situazioni anche la vita stessa può essere percepita come una tortura. Il caso di dj Fabo, pur con caratteristiche specifiche, ci interroga nuovamente sull'assenza in Italia di una legge sul fine vita. La legge sul testamento biologico ha ripreso ora il suo iter parlamentare: pensa che possa giungere a compimento?
È stata una vicenda che ha suscitato grande attenzione e reazioni anche non scontate in ambienti dove prima vigeva una maggiore rigidità; detto questo, per la politica italiana è un momento di riposizionamenti e la maggioranza stessa è in una posizione non facile per cui, al di là della buona volontà e dell'impegno di alcuni parlamentari, l'esito non è scontato. Posizioni di cautela s'impongono anche in ambienti molto aperti e determinati: vi è infatti chi sostiene che chiedere di fare di più riguardo alla legge sul testamento biologico equivalga ad affossarla. Sono strade difficili, su cui quotidianamente forze culturali e sociali spingono per fare dei passi in avanti, con la consapevolezza che a un certo punto, un giorno, quei passi in avanti si faranno. Ci sentiamo dei folli che lottano contro i mulini a vento ma poi, in qualche misura, la storia ci regala qualche soddisfazione.

 

 

 

 

 

 

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