Domenica 19 Agosto 2018
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

A chi giova il carcere duro?

PDF Stampa
Condividi

di Leonardo Filippi

 

Left, 19 gennaio 2018

 

"Il 41bis per noi è tortura". Con queste parole schiette, dirette, il capo politico di "Potere al popolo" Viola Carofalo entra a gamba tesa nella bagarre scatenata dalla loro proposta di abolire il "carcere duro" previsto per i detenuti considerati maggiormente pericolosi.

Una prassi che risale all'ordinamento penitenziario del 1975, poi estesa ai mafiosi nel 1992, come risposta dello Stato alle stragi. La mozione ha subito scoperchiato un vespaio di polemiche. Per Antonio Ingroia, si tratterebbe di un "favore alla mafia". Ma, persino tra alcuni simpatizzanti della lista di sinistra, ci sono stati dubbi, incertezze, sorpresa. Considerato anche che, oltre al "carcere duro", Potere al popolo si propone di cestinare l'ergastolo. Ed online la discussione si è presto infiammata.

"Sono contenta che si sia sollevato il polverone, perché in questo modo - chiarisce Carofalo - abbiamo la possibilità di spiegarci: il 41bis è una misura pensata in origine come straordinaria e sulla sua efficacia ci sarebbe molto da discutere: non si è dimostrato certo uno strumento in grado di sradicare la mafia in questi 26 anni, senza considerare poi che anche Amnesty International, allora, dovrebbe essere accusata di collusione mafiosa".

Già, perché la misura - che prevede l'isolamento assoluto, il divieto di possesso di oggetti personali, una sorveglianza 24 ore su 24 e contatti ridotti al minimo persino con la polizia penitenziaria - ha destato in passato l'attenzione della Ong internazionale. E il Comitato dell'Onu contro la tortura, in un report di dicembre, ha ribadito le sue perplessità nei confronti del 41bis, invitando l'Italia a rivedere la norma per riportarla nei cardini del rispetto dei diritti umani.

"Certo, sicuramente bisogna impedire ai boss di avere contatti dall'esterno e di impartire ordini dal carcere - spiega meglio l'esponente di Potere al popolo - ma non vedo il nesso tra questa esigenza e l'impedire a una persona in fin di vita di vedere i suoi parenti (come nel caso di Toto Riina, ndr), oppure il negare la possibilità di tenere in cella un poster o un libro. Mi sembrano solo inutili elementi di vessazione".

In pochi però, nell'agone politico, osano denunciarlo. "Non si ha il coraggio di farlo per timore di perdere consensi, noi però siamo popolari ma non populisti, perciò dobbiamo evitare di parlare alla pancia del Paese". Facile a dirsi, più complesso a farsi, in un'Italia dove la retorica giustizialista e vendicativa satura il discorso pubblico e dilaga in tv.

"Questa poca sensibilità - prosegue Carofalo - è dovuta in parte ad una cultura del terrore e della sicurezza sociale divenuta dominante: basta leggere il decreto Minniti- Orlando che impone a dei poveracci di stare lontani dai centri urbani, distanti dallo sguardo dei cittadini, senza premurarsi di risolvere piuttosto le loro condizioni di vita.

Ma il "Paese reale", quello fatto da associazioni che operano in contesti di marginalità, per il recupero dalle tossicodipendenze, o anche nelle carceri, ha una visione diversa, molto più consapevole e solidale". Una visione condivisa anche dalla radicale Rita Bernardini, che alla difesa dei diritti dei carcerati si sta dedicando da decenni.

"Il primo referendum di abolizione dell'ergastolo lo proponemmo a fine anni 70 - ricorda Bernardini - e da tempo ci battiamo per l'abolizione del 41bis. Il punto, difficile da far comprendere, è che più il carcere è rieducativo, più garantisce sicurezza. Mentre quello odierno è deresponsabilizzante e infantilizzante". Il 22 dicembre scorso, il Consiglio dei ministri ha licenziato i decreti attuativi della riforma dell'ordinamento penitenziario, su pressing del ministro Orlando. "Dopo più di 20 giorni - denuncia però Bernardini - i testi non sono ancora arrivati nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato che devono esprimere un parere per poi rimandare il testo all'esecutivo, al quale spetta l'ok definitivo (mentre andiamo in stampa alcune fonti indicano questo passaggio come imminente, ndr).

Il timore è che il governo abbia fatto tutta questa scena ma poi rimandi alla prossima legislatura l'esercizio della delega". Per questo motivo, l'esponente dei radicali ha annunciato la ripresa dello sciopero della fame dal 23 gennaio. Il contenuto preciso della riforma, tuttavia, è ancora incerto. Si parla di interventi che favoriranno la "giustizia riparativa", ampliamento dei permessi per colloqui da tenere via Skype, aumento degli anni di detenzione scontabili con misure alternative (da tre a quattro), un sistema di accesso alle cure mediche più rapido ed efficace. Ma alcuni temi, al momento, pare siano stati cestinati.

Agli Stati generali sull'esecuzione della pena, istituiti nel 2015 per formulare le proposte su cui basare la riforma, Bernardini ha partecipato al tavolo dedicato all'affettività in carcere, e le idee frutto di quel lavoro non sono pervenute: "È gravissimo. Purtroppo in Italia abbiamo un problema serio con il sesso, ancora inteso come qualcosa che "si fa ma non si dice".

Quando si discusse delle "stanze della affettività" per i detenuti - ricorda - il sindacato Sappe si è sollevato, affermando di non voler far passare i secondini "guardoni di Stato". Mentre per noi l'affettività è un diritto umano fondamentale".

Non pervenuti sono anche i decreti legati al reinserimento lavorativo dei carcerati. Una rivoluzione incompiuta, insomma. E criticata anche dal Movimento 5stelle. Ma in modo ben più feroce, e con argomenti di tutt'altro segno. "La delega al governo per questa riforma era una delega in bianco, e le voci che arrivano sono allarmanti", denuncia Vittorio Ferraresi, membro pentastellato della commissione Giustizia alla Camera.

"Se il limite per la sospensione condizionale sarà davvero elevato a 4 anni, si tratterebbe dell'ennesimo attacco alla certezza della pena. Il messaggio che il Partito democratico sta dando è che chi sbaglia non paga, ma noi siamo pronti a dar battaglia". Sulle carceri, il movimento di Grillo propone insomma il pugno duro e agita le manette. I posti nelle carceri sono pochi? "Bisogna ristrutturare quelle esistenti che hanno padiglioni chiusi, e costruirne almeno due nuove", spiega pragmaticamente Ferraresi. Oltre a questo, la proposta programmatica M5s prevede un piano di assunzioni di personale - dagli agenti di polizia penitenziaria, agli psicologi, agli amministrativi.

E poi: ripensare il reinserimento lavorativo per i detenuti, con rigorosi controlli e di concerto con gli enti locali; stipulare trattati internazionali perché i condannati stranieri in via definitiva possano scontare la pena nel proprio Paese di origine, avviare un processo di depenalizzazione per i reati legati alla cannabis, che ancora ingolfano le aule dei tribunali. E sul 41bis, naturalmente, nessuna apertura.

"È una sciocchezza pericolosa - sentenzia Ferraresi - una provocazione voluta da chi vuole smantellare il sistema ottenuto da magistrati importanti come Falcone e Borsellino. Mentre, a fronte di una criminalità sempre più viva, bisogna tenere fermo il punto".

Contrarietà alla abrogazione del 41bis arriva anche dal Partito democratico: "È uno strumento efficace ed è utile mantenerlo come strumento di prevenzione e di lotta alle mafie, casomai si possono alleggerire alcuni aspetti", spiega a Left Walter Verini, capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera.

Che difende a spada tratta la riforma sostenuta dal ministro della Giustizia Orlando: "Si tratta di una svolta importante, che immagina il penitenziario non più come luogo di afflizione o vendetta, ma come spazio dove ricevere una pena che sia certa, ma tesa al reinserimento". Anche riguardo ai temi "scartati" dai decreti licenziati dal governo, lavoro e affettività, il capogruppo Pd è fiducioso. "Per i decreti sul reinserimento lavorativo mancavano le coperture, che ora la legge di Bilancio ha fornito, perciò in commissione Giustizia proporrò di segnalare le parti mancanti della riforma".

La proposta di Potere al popolo sulle carceri, però, non si limita alla abolizione di 41bis ed ergastolo. Nel programma si rivendica anche la volontà di chiudere "tutte le forme di detenzione amministrativa" per migranti. Quelle strutture confermate dal decreto Minniti sull'immigrazione, che peraltro elimina un grado di giudizio per i richiedenti asilo (come abbiamo rivelato su Left dell'11 novembre 2017).

Per Verini però "il problema dei Cie (ora Cpr, ndr) non è tanto quello della gestione di quelle strutture, ma casomai il loro sovraffollamento". Nessuna intenzione di chiuderli, insomma. E sul trattamento giuridico differenziale per i migranti, il capogruppo dem difende l'operato di Minniti: "Velocizzare l'iter giuridico per il migrante significa evadere il prima possibile una sua richiesta, e non la ritengo sbagliata".

Mentre per la leader di Potere al popolo il decreto "è una di quelle leggi che se tu le guardi senza sapere quando e da chi sia stata fatta sembra subito una legge risalente al fascismo". Superare, ma non abolire immediatamente le strutture detentive per i migranti irregolari, è invece la proposta di Liberi e uguali, come ci spiega il deputato Alfredo D'Attorre. "È necessario definire un percorso che parta dalla salvaguardia dei diritti umani all'interno di questi centri, per arrivare rapidamente al loro superamento futuro", chiarisce.

Ma, sul 41bis, le posizioni si uniformano presto a quelle del Partito democratico. "Per noi la lotta alla mafia è un punto centrale, e il 41bis si è rivelato indispensabile per controllare i grandi boss". E nessuna amnistia, diversamente da quanto propone Potere al popolo per snellire rapidamente la popolazione carceraria. Che ad oggi conta circa 7mila persone in più rispetto alla capienza totale. E, mentre la politica manca di coraggio e di umanità, l'emergenza continua.

 

 

 

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it