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Uno sconto di pena che crea meno danni di quanto possono creare queste galere disumane

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Il Mattino di Padova, 17 febbraio 2014

 

"Decreto svuota-carceri: a Padova in 450 chiedono di uscire": ma che cosa può immaginare, un lettore che sa poco di carcere, a leggere questo titolo? Probabilmente che dietro i cancelli del Due Palazzi premono tutti questi detenuti, che sono lì lì per essere liberati, appena gli verrà concesso il nuovo sconto di pena previsto da questo decreto. Ma le cose non stanno esattamente così: ci sono, sì, moltissime domande di detenuti che chiedono questo nuovo sconto di pena (al massimo si tratta di otto mesi, per chi è in carcere dal 2010, sempre che si sia comportato in modo quasi perfetto), non certo però "domande di uscire", perché ogni detenuto chiede la liberazione anticipata, anche se poi magari la sua prospettiva è di uscire fra dieci o fra venti anni.

Naturalmente però l'effetto è molto più forte se si dà l'idea che grazie a quel decreto le strade della nostra città si riempiranno presto di delinquenti. Ecco perché vogliamo tornare a parlare di questo modesto sconto di pena, che crea meno danni di quanto oggi possono creare delle galere disumane e degradanti. Perché comunque le persone, qualche mese prima o qualche mese dopo, poi finiscono di scontarla, la pena, e allora poniamoci piuttosto il problema di come la scontano.

 

Quello sconto di pena non è certo un regalo

 

Ormai, dopo le condanne della Corte europea, chi si occupa del problema del sovraffollamento ha compreso che bisogna umanizzare il carcere. Da più parti arrivano dichiarazioni politiche, sentenze, leggi e circolari che affermano la necessità di rendere la galera umana. Ma come si fa? Rendendo le celle più spaziose? Quando parlo di condizione carceraria con gli studenti, mi basta chiedergli come si sentirebbero se fossero chiusi nella loro camera per un lungo periodo, per fargli capire che, per quanto una cella sia confortevole, se non si esce di lì, è sempre una tortura. Tuttavia, solo pochissimo tempo fa c'erano ministri e parlamentari di questo Paese che definivano le nostre galere degli "hotel a cinque stelle", dove "hanno persino il televisore in cella". E tuttora sono in tanti ad opporsi all'introduzione dei colloqui intimi perché l'amore è considerato ancora un lusso che ai detenuti non si può permettere: insomma, non sono degni di essere trattati come esseri umani.

Nelle discussioni che si fanno tante volte in carcere ci siamo chiesti allora cosa renderebbe la galera più umana, e la risposta quasi corale è stata: "La galera che ti offre la speranza di uscire gradualmente, prima del fine pena, è una galera più umana".

Insomma, una galera non può essere mai umana, ma può essere vissuta in modo più umano se c'è qualcosa da guadagnare, anzi se si può guadagnare la libertà. La convivenza forzata ha a che fare con tanti aspetti della vita delle persone, siano detenuti, agenti o operatori. E se anche all'interno di ogni famiglia è necessaria spesso una mediazione dei conflitti, immaginarsi cosa succede in un reparto di 75 detenuti che ne dovrebbe contenere 25, e con una decina di agenti che si danno il cambio in quattro turni: la gestione delle dinamiche che si sviluppano sarebbe impossibile se non ci fosse un sistema di premi, o meglio un sistema che faccia sperare.

È dimostrato che le maniere forti non funzionano per mantenere l'ordine e mediare i conflitti, anzi non fanno altro che innalzare il tasso di violenza. Personalmente ho vissuto per cinque anni in un reparto di Alta sicurezza dove non si aveva nulla da perdere, essendo tutti esclusi dalle misure alternative. Si poteva solo avere la liberazione anticipata, ovviamente se il detenuto dimostrava un'attitudine collaborativa. Ecco, in quei cinque anni ho preso solo un semestre di liberazione anticipata. Di certo mi avrebbe fatto comodo lo sconto di pena, e quando il magistrato me lo ha negato, ho fatto persino un ricorso in Cassazione. Ma nel mio fascicolo c'erano alcuni rapporti disciplinari, sufficienti perché fossi ritenuto non meritevole dello sconto. Passavo il mio tempo studiando e siccome ero escluso dalle altre misure alternative, stavo attento ad avere perlomeno i giorni della liberazione anticipata, ma mi era successo qualche volta di alzare la voce, oppure di unirmi ad una protesta collettiva. L'agente aveva scritto un rapporto e il direttore aveva protocollato. Quindi niente sconto di pena.

Ogni volta che si parla di sconti di pena, nasce puntualmente un dibattito sulla galera, e ogni sconto sembra un regalo. Chi conosce le galere sa che si potrebbe parlare di regalo solo se il condannato fosse un automa capace di vivere per anni in una cella con altri sconosciuti, in condizioni igieniche anche precarie, rispettando in modo ligio ogni regola interna senza perdere mai la pazienza di fronte ad un abuso e nemmeno di fronte alla malattia, o alla morte di un proprio caro. Ma la realtà è molto più complicata perché la galera è un intreccio di vite complesse, di malattie, di solitudini, di disuguaglianze economiche e culturali. La prospettiva di uno sconto di pena è l'unico motivo per cui le persone private della libertà accettano di convivere anche in condizioni di subire ulteriori privazioni. E più le condizioni sono inumane più lo sconto di pena dovrebbe essere alto. Non si tratta di un regalo, ma di giustizia, poiché, così come chi ha commesso un reato paga con la galera, chi invece non riesce a garantire i diritti, paga togliendo un po' di galera.

 

Elton Kalica

 

Lo svuota-chiacchiere

 

In Italia, una bugia detta tre volte spesso diventa una verità, specialmente quando è ripresa dalla stampa e dalla televisione. E il decreto originariamente partito come un provvedimento contro il sovraffollamento carcerario per "sanare" la condanna della Corte europea contro il nostro Paese per atti inumani e degradanti è stato ribattezzato dai mass media "svuota carceri".

In questo modo la montagna ha partorito un topolino perché s'è scatenata la bolgia di chi la sparava più grossa: "Un favore alla mafia", "Fuori migliaia di tossicodipendenti nelle strade a rapinare", "Usciranno molti condannati per reati finanziari e politici corrotti".

Quest'ultima affermazione mi ha fatto amaramente sorridere perché nella grandissima maggioranza dei casi in carcere ci sono tossicodipendenti, immigrati e poveri cristi. I condannati nati con la camicia o che hanno qualche santo in paradiso in carcere non ci vanno quasi mai.

E se ci vanno perché hanno rubato qualche milione di euro, vanno per lo più agli arresti domiciliari per qualche giorno nelle loro ville serviti dai loro domestici.

Sembra incredibile ma ha fatto più scandalo la "medicina" per rispettare la Convenzione dei Diritti dell'uomo che la stessa condanna (e vergogna) che ha subito lo Stato italiano per trattamenti inumani e degradanti.

Infatti, quasi nessun autorevole giornalista della carta stampata e della televisione ha scritto e ha detto che lo sconto di pena per buona condotta, che all'inizio nel testo del decreto era per tutti i condannati, era comunque a tempo e solo di pochi mesi.

Quasi nessun autorevole politico, per non perdere consenso elettorale, ha dichiarato che se una persona va in carcere per avere commesso dei reati, una volta dentro non dovrebbe essere punita di nuovo con un trattamento inumano e degradante.

Quasi nessun autorevole magistrato ha detto che le sofferenze del sovraffollamento nelle nostre patrie galere non migliorano certo le persone ma le incattiviscono.

E che poi, quando molti di loro usciranno, avranno più probabilità di commettere un reato.

Per quel poco che possono contare queste cose, le dico io, ergastolano condannato a essere cattivo e colpevole per sempre. Aggiungo, per quello che può servire, che l'Italia ha appena subito un'altra condanna da parte della Corte europea per violazione dei diritti umani (Contrada contro Italia).

E che nel carcere di Vibo Valentia s'è suicidato un altro detenuto, e un altro ancora in quello di Opera, il sesto caso nelle carceri italiane dall'inizio dell'anno.

Queste notizie però per i mass media italiani non sono rilevanti, per loro sono più importanti le polemiche scaturite dallo "svuota-carceri".

 

Carmelo Musumeci

 

 

 

 

 


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