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Udine: Magistrato di Sorveglianza; malore fatale in cella… ma è stato fatto “tutto il possibile”

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Messaggero Veneto, 30 gennaio 2013

 

In relazione alla notizia della morte di Savino Finotto, il detenuto di 70 anni colto da malore in cella, sabato 19 gennaio, e deceduto sei ore dopo in ospedale, e del disappunto manifestato dal difensore, avvocato Roberto Michelutti, per il rigetto dell’istanza di detenzione domiciliare da parte del magistrato di sorveglianza, riportiamo di seguito l’intervento dello stesso magistrato che firmò il provvedimento, Lionella Manazzone.
“Chiamata in causa dall’articolo del 23 gennaio 2013 sulle circostanze della morte di una persona detenuta presso il carcere di Udine, ritengo doveroso chiarire che un caso in cui è stato fatto tutto ciò che si doveva e si poteva fare è stato presentato come un esempio di mala giustizia e di mala sanità. La rabbia del difensore, avvocato Roberto Michelutti, e lo “sconcerto” della giornalista dimostrano che entrambi non conoscevano i presupposti delle fattispecie giuridiche ed i fatti accaduti. In caso di incompatibilità delle condizioni di salute dei detenuti con il regime detentivo è sempre stata disposta la scarcerazione, molto spesso senza domande della difesa, in quanto situazioni segnalate dalla direzione del carcere al magistrato di sorveglianza che provvede con urgenza.
A meno che uno specifico ed importante rischio di consumazione di gravi reati impedisca il ritorno del detenuto sul territorio. Il caso discusso, conosciuto e seguito da più di un decennio a causa di precedenti esecuzioni penali, presentava un elevato rischio di recidiva dati i plurimi e gravissimi delitti commessi, un’esigenza di tutela di diversi soggetti e l’impossibilità dei servizi sanitari e sociali di gestirlo sul territorio.
Il rifiuto delle cure proposte ed i suoi comportamenti aggressivi avevano già comportato la revoca della detenzione domiciliare nel 2008. Circostanze tutte richiamate nel provvedimento provvisorio con cui si apre l’articolo che omette, però, di specificare che dovevano essere individuate le condizioni abitative e sanitarie “cui fare riferimento per un’eventuale esecuzione della pena sul territorio”. Proprio per i suoi problemi di salute, il detenuto era stato trasferito dal carcere di Gorizia a quello di Udine dove aveva fatto colloqui con gli operatori sanitari e penitenziari ed era stato visitato dal medico di guardia presente in istituto appena colto da malore ed inviato all’ospedale.
Il decreto criticato è stato emesso lo stesso giorno in cui è pervenuta la relazione sanitaria per la delicatezza del caso sebbene non fosse stata segnalata alcuna urgenza. Il difensore dimostra di non conoscere dette circostanze e di non avere preso visione nemmeno degli atti inerenti al suo procedimento. Dichiarazioni false ed offensive sulla presunta grave scorrettezza del lavoro svolto sono state rese pubbliche, dunque, senza avere letto gli atti e senza conoscere la causa del decesso. Prive di ogni riscontro, inoltre, le dichiarazioni circa l’esistenza di precedenti specifici della magistratura di sorveglianza e la “frequente” nomina di consulenti esterni: nomina non avvenuta nel caso di specie e nemmeno nella generalità dei casi”.

 

 

 

 

 


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