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Sport: tavernello e noccioline... i mondiali di calcio visti dietro le sbarre di un carcere

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Adnkronos, 16 giugno 2010

I Mondiali, passione anche dietro le sbarre di un carcere. Nessuno riesce ad abbandonare la propria squadra del cuore, soprattutto quando a giocare è la Nazionale ed esce fuori tutto l’orgoglio di essere italiani. Indipendentemente dall’età, dalla condizione sociale o dal proprio status, anche se non si è delle persone “libere”. Il caso emblematico è quello di F.R., 33 anni, ai domiciliari per reati contro la persona e il patrimonio.
Neanche lui, che doveva restare a casa, è riuscito a resistere al brivido di tifare la sua Italia insieme ad altri fan. E allora, la sera del 14 giugno scorso, quando gli azzurri hanno disputato la prima partita con il Paraguay, l’uomo è corso al bar a esultare per le gesta di De Rossi e Montolivo, ma i carabinieri non gli hanno permesso di vedere come sarebbe andato a finire l’esordio dell’Italia ai Mondiali. I militari, nella consueta opera di perlustrazione del territorio, lo hanno trovato comodamente seduto nel locale pubblico, tutto assorto nell’incontro calcistico. Per lui è scattato l’arresto in flagranza per evasione, essendosi allontanato dal proprio domicilio senza alcuna autorizzazione. Ma bisogna pur rischiare per una passione, avrà pensato l’evaso.
Così, anche chi deve scontare la pena in carcere, non si perde una partita. Almeno quelle della tv in chiaro. Del resto i Mondiali sono un modo per sentirsi uniti, anche in cella, per “evadere” dalla quotidianità. Il calcio fa dimenticare per un attimo la propria situazione: per molti detenuti, è un tuffo nel passato, quando quattro anni fa, da uomini liberi, erano scesi in piazza tra trombette e cori a festeggiare l’Italia campione del mondo.
Ma ora il destino è cambiato, e i Mondiali si guardano in cella. Da un capo all’altro dell’Italia, come spiega all’adnkronos il segretario del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria Sappe, “i vari istituti si organizzano in modo diverso, ma le regole sono abbastanza ferree: la partita si vede in cella (ognuna ha una tv) - dice - o al massimo nei corridoi delle sezioni, tutti in piedi, con alcuni televisori comprati per l’occasione”.
Anche dietro le sbarre, i cori sono assicurati, fa notare Capece, “perché ormai le celle sono occupate dai tre ai 10 detenuti, e il gruppo è abbastanza folto. Si tifa, si sta in ansia, si commentano i vari passaggi”. Sembra quasi di stare a casa, nel salotto, tra amici. Peccato che la birra e altri vizi siano vietati. Al massimo, ad allietare la situazione, “c’è il tavernello - spiegano dall’Ufficio del Garante dei detenuti - quello in brick, che è lecito perché la confezione non essendo in vetro non può essere pericolosa. Certo c’è un limite, se ne può comprare uno al giorno. E poi le noccioline, le patatine, quelle tra gli alimenti del sopravvitto ci sono”.
Non sempre però il tifo è concorde. “Come sappiamo - aggiunge ancora il sindacalista del Sappe - negli istituti di pena ormai ci sono molti stranieri”. E allora, ognuno tifa per la sua nazionale, con i propri riti scaramantici, cantando il suo inno, e con le esortazioni e parolacce del caso nella propria lingua. Finché le celle sono aperte, si può passeggiare o andare a vedere una partita nelle “stanze” altrui.
Si assiste così a un mondo variegato di colori e canzoni, da una cella all’altra, che raccontano diverse culture unite da un’unica passione a forma di pallone. Il segretario del Sappe racconta che negli istituti romani i Mondiali si vedono solo in cella, come anche negli istituti campani; a Poggioreale dove gli inquilini di ogni cella sono numerosi, sfiorando quasi la decina, il tifo da stadio è assicurato.
In Piemonte invece, specialmente a Torino, sono stati acquistati dei televisori un po’ più grandi del normale e sono stati sistemati nei corridoi delle sezioni: “Mi hanno detto che volevano comprare un maxi-schermo - spiega - ma che costava troppo. E i soldi, come sappiamo non ci sono”. E allora si sta tutti in piedi, in corridoio, trepidanti per le sorti della Nazionale, pronti per urlare al goal. La partita del resto, unisce e porta un po’ d’allegria.
Non è stato così per il 35enne ex detenuto al regime di 41bis, il cosiddetto carcere duro, che si è suicidato nell’istituto di massima sicurezza di Bicocca a Catania, dopo avere visto la partita d’esordio dell’Italia. L’uomo, ritenuto affiliato al clan Montagno Bozzone di Adrano, dopo aver visto i Mondiali, è tornato in cella e si è tolto la vita soffocandosi con un busta di plastica in cui ha chiuso la testa dopo averla riempita di gas estratto dalla bomboletta che alimentava il suo fornellino da cucina. Per essere certo di non essere visto dal sistema televisivo che lo riprendeva 24 ore su 24 si è messo sotto le coperte fingendo di dormire. Dopo la partita, dal sogno si può passare alla dura realtà.
 

 

 

 

 

 

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