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Immigrazione: i profughi eritrei respinti dall’Italia, espulsi dalla Libia, sequestrati in Egitto

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di Fulvio Vassallo Paleologo (Università di Palermo)

 

www.meltingpot.org, 6 dicembre 2010

 

Dopo la celebrazione dei “successi storici” conseguiti da Frattini e da Maroni nella “guerra all’immigrazione illegale”, con la chiusura quasi completa della rotta dalla Libia a Lampedusa, ancora una volta la tragica realtà dei fatti inchioda alle loro responsabilità quanti hanno anteposto ragioni di natura economica e miserabili vantaggi elettorali al rispetto dei diritti umani e della stessa vita dei migranti.
Il sequestro di centinaia di migranti eritrei, somali, sudanesi, in Egitto, le torture alle quali vengono sottoposti quotidianamente per estorcere altro danaro alle loro famiglie, le sei vittime note, e le altre probabilmente ignote, che si devono già contare, come i giovani eritrei uccisi nei mesi scorsi con un colpo alle spalle, colpiti dalle guardie egiziane mentre tentavano di raggiungere la frontiera israeliana, sono conseguenze dirette ed evidenti del blocco di ogni via di fuga dalla Libia verso le coste italiane. Come al solito la chiusura di una rotta comporta immediatamente l’apertura di altre vie per l’immigrazione irregolare. Aumentano i costi e dunque i profitti delle organizzazioni criminali che lucrano sul traffico di esseri umani.
Solo il governo italiano continua a ritenere che dalla Libia non arrivino migranti richiedenti asilo, una circostanza ben nota invece al Parlamento Europeo che nella sua risoluzione del 17 giugno scorso, sulla base dei dati forniti dall’Acnur, richiama proprio gli eritrei come la componente più consistente dei migranti detenuti nei centri libici, “selon le Hcr, 9 000 réfugiés - principalement palestiniens, iraquiens, soudanais et somaliens - ont été enregistrés en Libye, dont 3 700 sont demandeurs d’asile, essentiellement en provenance de l’Érythrée; que les réfugiés risquent constamment d’être déportés vers leurs pays d’origine et de transit en violation des critères de la convention de Genève, et d’être ainsi exposés aux persécutions et à la mort; que des cas de mauvais traitements, de torture et de meurtres ont été rapportés dans les centres de rétention pour les réfugiés, ainsi que des abandons de réfugiés dans les déserts situés aux frontières entre la Libye et les autres pays africains”.
L’Italia continua così a sostenere le politiche ricattatorie di Gheddafi, come testimoniato appena pochi giorni fa, alla fine di novembre, dall’ennesimo viaggio di Berlusconi a Tripoli, seguito questa volta dal sequestro di un peschereccio mazarese bloccato dai libici in acque internazionali, acque sulle quali dopo gli accordi con l’Italia rivendicano la loro sovranità. Neppure un cenno, da parte di Berlusconi invitato alla corte di Gheddafi, alla sorte dei migranti rinchiusi nei centri di detenzione libici e poi liberati per essere quindi espulsi alla scadenza dei permessi brevi per lavoro, concessi per tre mesi, di fronte alla indignazione della comunità internazionale dopo le violenze di Misurata e di Brak. E si deve registrare anche la chiusura della sede dell’Acnur a Tripoli, il cui personale è stato accusato lo scorso 8 giugno di svolgere attività illegali, una sede che al governo italiano era servita proprio per legittimare, anche in Parlamento, la politica dei respingimenti collettive e la collaborazione con le forze di polizia libiche. Ed a luglio una maggioranza trasversale da “larghe intese” aveva ratificato l’invio di militari italiani in Libia. Ancora oggi si vorrebbero finanziare organizzazioni non governative per procedere anche in Libia nelle politiche di esternalizzazione dei controlli di frontiera e dunque delle procedure di asilo. Intanto in Europa, ed in particolare in Italia il numero dei richiedenti asilo è in drastico calo, dalla Libia non passa più nessuno.
La dipendenza che il governo italiano subisce nei confronti della Libia è diventata tale che qualsiasi protesta sulla violazione dei diritti umani avrebbe come immediata ritorsione il blocco dei rifornimenti di gas e petrolio. I dossier di Wikileaks confermano adesso quanto viene denunciato da anni, la stretta commistione tra accordi commerciali e le politiche di collaborazione nel blocco delle rotte dell’immigrazione irregolare. Violenze sempre più gravi, dentro ed adesso anche fuori la Libia, in Egitto ma sempre riconducibili alle decisioni di espulsione del governo libico, senza che i politici italiani avvertano la necessità di revocare gli accordi di respingimento e di riammissione stipulati con Gheddafi. Ma le responsabilità non sono soltanto italiane, anche se l’Italia si sta mostrando il paese guida, all’interno dell’Unione Europea, per sollecitare politiche sempre più repressive nei confronti dei migranti.
Il Parlamento europeo aveva affermato a giugno che “que toute coopération ou accord entre l’Ue et la Libye doit être subordonné à la ratification et à l’application par la Libye de la convention de Genève sur les réfugiés et des autres conventions et protocoles majeurs en matière de droits de l’homme; ed aveva incaricato il suo Presidente “de transmettre la présente résolution au Conseil, à la Commission, aux États membres, ainsi qu’à l’Assemblée générale des Nations unies, au Haut Commissariat des Nations unies pour les réfugiés et aux autorités libyennes”, ma le altre istituzioni dell’Unione Europea non hanno mosso neppure un dito per impedire alla Libia di proseguire nelle sue continue e gravissime violazioni dei diritti della persona umana, ed anzi la Commissaria Cecilia Malmstrom, dopo un suo viaggio a Tripoli, sta continuando a premere per un accordo tra Unione Europea e Libia per il contrasto dell’immigrazione clandestina, come se dimenticasse che la maggior parte dei migranti che, negli anni passati, arrivavano in Italia dalla Libia erano richiedenti asilo. Un accordo operativo appare però assai lontanto dopo che Gheddafi ha alzato la posta del ricatto che vorrebbe imporre all’Europa. Ma intanto l’Europa rimane distante dalle tragedie che si consumano nei paesi di transito, non meno dei governi dei paesi del Mediterraneo che rivendicano i fondi europei ma praticano la politica degli accordi bilaterali.
Non stupisce certo che il governo italiano non abbia sentito l’esigenza di intervenire tempestivamente nella vicenda del sequestro degli eritrei bloccati nel deserto del Sinai. Eppure l’Egitto, in materia di immigrazione, è da sempre un partner privilegiato dei vari governi che si sono succeduti nel nostro paese. Dopo la vergogna dei respingimenti in Libia, l’Italia sta dando adesso nuovo impulso alla collaborazione con il governo egiziano, allo scopo di espellere o respingere verso quel paese il maggior numero possibile di immigrati irregolari. Dal mese di marzo del 2007 centinaia di cittadini egiziani irregolarmente giunti in Italia, o salvati in mare da mezzi della nostra marina militare e poi condotti nel’isola di Lampedusa, o sulle coste pugliesi, sono stati rimpatriati in Egitto, dopo un riconoscimento sommario da parte di agenti consolari di quel paese, senza avere la effettiva possibilità di presentare una richiesta di asilo. Dopo il rimpatrio in Egitto gli stessi migranti espulsi dall’Italia sono stati sottoposti ad una dura detenzione ed a violenze di ogni genere. Alcuni risultano addirittura scomparsi.
I respingimenti collettivi verso l’Egitto continuano ancora oggi. Come denunciato dall’ACNUR, dall’ASGI e dalla Caritas di Catania, dopo lo sbarco sulle coste della Sicilia orientale del 26 ottobre scorso, sono stati rimpatriati 68 migranti (con un volo diretto a Il Cairo), 44 minori sono stati inseriti nel circuito delle comunità alloggio protette, altri 17 sono stati arrestati con l’accusa di essere trafficanti. Gli immigrati dichiaravano di essere palestinesi, ma secondo le forze dell’ordine erano egiziani. “Indipendentemente dalla loro nazionalità - ha dichiarato il direttore della Caritas Catania - non è stato concesso loro il tempo e la possibilità di istruire una pratica per l’iter di asilo politico, come da normativa, lasciando poi valutare la situazione a chi è competente nel giudizio. E questo avviene in uno Stato di diritto”. All’aeroporto di Catania era presente un agente consolare egiziano che effettuava i riconoscimenti, mentre in un altra stanza alcuni avvocati attendevano invano che qualcuno presentasse richiesta di protezione internazionale. Una richiesta evidentemente troppo pericolosa per chi, grazie alle scelte del ministero dell’interno, era stato già identificato dal proprio ufficio consolare.
Si registra dunque un altro “salto di qualità”nella collaborazione tra Italia ed Egitto, dopo la chiusura, grazie all’intervento in quel paese di unità militari italiane, nel 2004, della “rotta di Suez” che aveva comportato la riconsegna al governo cingalese di migliaia di tamil in fuga dalla guerra civile. Pratiche di cooperazione di polizia tra Italia ed Egitto, che avevano esposto alla tortura, e forse alla morte, molti di coloro che erano stati deportati dal Cairo a Colombo. In un paese che non riconosce ancora il reato di tortura sembra sempre più “normale” che i migranti in fuga, soprattutto nei paesi di transito, possano essere seviziati ed uccisi. Ed anche quando si tratta di cittadini provenienti proprio da questi paesi, come gli egiziani, se lo scopo è quello di respingerli in massa, non si rispettano neppure le procedure previste dalla legge e dalle direttive comunitarie. E se qualcuno protesta l’unica risposta sono i manganelli, come è successo a Catania poche settimane fa.
Le operazioni di riammissione tra Italia ed Egitto, con voli diretti da Catania e da Roma al Cairo, sono rese possibili dall’accordo di collaborazione firmato proprio nel gennaio del 2007 dal governo italiano, in persona del sottosegretario agli esteri Intini e alla presenza del viceministro all’interno Lucidi, accordo che, in cambio di qualche migliaio di posti riservati ai lavoratori egiziani nelle quote ammesse annualmente con i decreti flussi, consentiva forme di attribuzione della nazionalità, se non della identità personale e dell’età, assai celeri, grazie anche alla collaborazione di funzionari e interpreti egiziani presenti in Italia.
Da questo punto di vista, la politica estera italiana è assolutamente coerente, malgrado il cambio dei governi. Già nel 2005, infatti, tra il governo italiano e quello egiziano esisteva un “Accordo di cooperazione in materia di flussi migratori bilaterali per motivi di lavoro”, siglato al Cairo il 28 novembre 2005 dall’ allora ministro del lavoro Roberto Maroni. Nel testo dell’accordo si prevedeva che i due governi, al fine di “gestire in modo efficiente i flussi migratori e prevenire la migrazione illegale”, si impegnano a facilitare l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoratori migranti da e per l’Egitto. Il governo italiano, dal canto suo, si impegnava a valutare l’attribuzione di una speciale quota annuale per lavoratori migranti egiziani. Nel protocollo esecutivo si leggeva che il ministero del Lavoro e delle politiche sociali italiano comunicheranno all’omologo egiziano i criteri, ai sensi della normativa italiana, per redigere una lista di lavoratori egiziani disponibili a svolgere un’attività lavorativa subordinata anche stagionale in Italia. La lista dovrà essere pubblicata sul sito web del ministero del Lavoro italiano”. Non si sa quanti lavoratori egiziani siano effettivamente arrivati in Italia con un visto di ingresso, anche perché il governo italiano ha bloccato i decreti flussi annuali, ed ha sbarrato qualunque possibilità di ingresso per lavoro. Un regalo immenso fatto alle organizzazioni criminali che “commerciano” i migranti nel loro viaggio e poi li sfruttano, riducendoli in condizioni di servitù, quando una volta giunti in Italia devono pagare I loro debiti. Un trattamento più crudele è invece riservato ai richiedenti asilo, che “valgono” di più. Se I loro parenti non pagano, torture fino alla morte, come sta avvenendo in questi giorni nel deserto del Sinai, e per qualcuno persino l’espianto forzato di organi, una vera ignominia sulla quale la comunità internazionale non può continuare a tacere. Rimane da verificare la volontà del governo egiziano di lottare effettivamente contro le organizzzioni dei trafficanti che ovunque godono di complicità insospettabili.
Cosa fa l’Egitto per impedire che i migranti in fuga dal Corno d’Africa vengano sequestrati, torturati ed uccisi dalle bande dei trafficanti che in quel paese hanno campo libero. Nulla. Cosa fa la Libia? Si limita a fare fuggire verso l’Egitto quei migranti che non trova più conveniente detenere, quegli stessi migranti che l’Italia ha respinto negli anni passati, o quelli che le guardie libiche più recentemente sono riuscite a riprendere in acque internazionali, con le motovedette ed il personale della guardia di finanza garantiti dal governo italiano. E cosa fa il nostro governo, il ministro degli esteri Frattini, il capo del governo così intimo di Mubarak, di fronte ad un sequestro e a torture che sono state denunciate anche dal Vaticano ? Silenzio, ipocrisia e ancora un rilancio della politica della paura, della paura degli immigrati, una facile strumentalizzazione che già in passato ha garantito un sicuro successo elettorale. Anche sulla pelle di quei migranti che i trafficanti egiziani marchiano a fuoco. Se non si annega più tra Zuwara e Lampedusa, si muore nei deserti africani o nel Sinai, nella terra di nessuno tra Israele ed Egitto.
L’Italia deve denunciare gli accordi di respingimento e di riammissione con la Libia e con l’Egitto perché non garantiscono il rispetto dei diritti umani dei migranti. Certo è difficile attendere dal governo italiano e dai vertici delle forze di polizia alcuna umanità, dopo anni di stretta collaborazione con le autorità egiziane e libiche. Sono troppi i rapporti delle agenzie internazionali come Hrw, Msf ed Amnesty che il governo italiano ha irriso giungendo ad attaccare sistematicamente l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e gli avvocati che difendono coloro che, dopo avere subito un respingimento collettivo, di massa, di fatto una deportazione, vietata da tutte le convenzioni internazionali, riescono a presentare un ricorso contro l’Italia davanti alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. Se qualcuno volesse dare un segno di discontinuità rispetto alle politiche disumane praticate in materia di immigrazione ed asilo è questo il momento. Sembra però che recenti gravi fatti di cronaca possano rilanciare le politiche che trasformano i migranti in pericolosi nemici, politiche che negli anni passati sono state avallate anche dall’opposizione.
Si deve esigere da parte di tutta l’Unione Europea una iniziativa urgente in modo che l’Egitto garantisca una protezione effettiva a tutti coloro che fuggono dal loro paese, come nel caso dei profughi sequestrati nel Sinai.
Di fronte a fatti tanto gravi cresce la responsabilità delle istituzioni internazionali. Attendiamo ancora le decisioni della Corte di Strasburgo sui ricorsi presentati dopo i respingimenti collettivi in Libia effettuati dall’Italia il 6 e 7 maggio del 2009, ma intanto il sequestro di migranti eritrei in Egitto, nel deserto del Sinai, dopo gli abusi e le violenze di Misurata, di Sebha, di Brak e di altri centri di detenzione in Libia, come lo stillicidio di vittime tra coloro che dalla Grecia cercano di raggiungere i porti dell’Adriatico, costituiscono una pietra tombale sulla dignità delle persone che hanno contribuito direttamente o indirettamente a produrli, ma anche una macchia sull’onore di tutti gli italiani che non si ribellano a queste politiche di morte e di deportazione.
A tutti coloro che ancora hanno a cuore la vita, la libertà e la dignità dei migranti, che non sono disgiunte dalla dignità e dal futuro dei cittadini italiani, non rimane altro che moltiplicare gli sforzi per estendere e rafforzare le reti di solidarietà e di protezione legale, fino a raggiungere gli immigrati arrestati e violentati nei paesi di transito e contribuire in qualsiasi modo alla circolazione delle informazioni censurate dalle agenzie governative, promuovendo iniziative perché l’opinione pubblica non si abitui all’idea che, in fondo, è meglio che i migranti, piuttosto di raggiungere l’Italia, muoiano o vengano abusati lontano dai nostri occhi.

 

 

 

 

 


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