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Giustizia: non ha senso una pena che è soltanto sofferenza gratuita

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di Adriano Sofri

 

Il Foglio, 6 dicembre 2010

 

È difficile trovare un senso alla pena che è sofferenza gratuita, il fine della pena dovrebbe essere la fine delle pene. Lo dice uno che è tuttora detenuto. Io mi considero non colpevole e penso di essere stato in galera per tanto tempo pur non essendo colpevole. Ma vorrei rovesciare il problema per dire che non è importante la differenza tra un innocente e un colpevole. Dopo due minuti che si sta in carcere, dopo le pratiche, le foto, la perquisizione anale, la ragione diventa irrilevante.

C’è assoluta analogia con la sofferenza, concetto ereditato dalla tradizione cristiana, che non è altro che una pena senza colpa. E questo è un paradosso, non ha senso, così come non ha senso la sofferenza gratuita degli esseri umani. Le attuali condizioni con tre detenuti “ospiti” in una cella infima, il sangue sui pavimenti dei ragazzi che si sono tagliati volontariamente, un carcere così illegale, equivale a una dittatura. Ed è ora di tirare le somme del riformismo-realismo. Aderire ad una definizione della realtà che dimezza le proprie pretese ha portato a 69mila persone recluse in condizioni schifose.

 

 

 

 

 


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