Mercoledì 18 Luglio 2018
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

 

 

Giustizia: le relazioni di De Gennaro; no a cedimenti sul carcere duro

PDF Stampa E-mail
Condividi

di Giovanni Bianconi

 

Il Corriere della Sera, 6 dicembre 2010

 

Sostiene Massimo Ciancimino che il misterioso “signor Franco” fu uno dei protagonisti della trattativa fra Stato e mafia al tempo delle stragi, fra il 1992 e il 1993. Era l’uomo che faceva avanti e indietro con la casa romana di suo padre, l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, nel periodo in cui ci andava anche il colonnello dei carabinieri Mario Mori; era colui che assicurava coperture politico-istituzionali e al tempo stesso riportava messaggi e valutazioni del boss latitante Bernardo Provenzano.

Dopo aver descritto per un paio d’anni movimenti e ruoli del misterioso personaggio senza mai dargli volto e nome, negli ultimi mesi Ciancimino jr ha accostato la sua figura al prefetto Gianni De Gennaro, in quel biennio al vertice della Dia, la neonata Direzione investigativa antimafia. Così gli aveva rivelato “don Vito” morto nel 2002, dice, che serbava rancore nei confronti dell’allora “super poliziotto” e del giudice Falcone che lo aveva fatto arrestare.
Ma alcuni documenti a disposizione degli inquirenti per valutare l’attendibilità delle dichiarazioni del giovane Ciancimino su questo punto, fanno emergere posizioni e attività di De Gennaro che sembrano andare in direzione opposta alla trattativa dipanatasi tra una bomba mafiosa e l’altra. E dunque in contrasto con le trame imbastite dal “signor Franco” o chi per lui. A cominciare da un appunto del 27 luglio 1992, otto giorni dopo l’omicidio di Paolo Borsellino, in cui il futuro prefetto, all’epoca vice-direttore della Dia, comunicava che nella strage di via D’Amelio “si intravedono elementi tali da far sospettare che il progetto eversivo non sia di esclusiva gestione dei vertici di Cosa nostra, ma che allo stesso possano aver contribuito e partecipato altri esponenti del potere criminale, sia a livello nazionale che internazionale”, il responsabile operativo del nuovo organismo investigativo segnalava gli “elementi di anomalia rispetto al tradizionale comportamento mafioso” nell’eliminazione di Borsellino, primo indizio che dietro una strage troppo vicina a quella di Capaci in cui era morto Giovanni Falcone c’erano probabilmente altri interessi oltre a quelli mafiosi. Forse gli stessi alla base della presunta trattativa.
Quattro mesi più tardi, a novembre del 1992, ancora la Dia sfornava una richiesta al procuratore nazionale antimafia di spedire al soggiorno obbligato ventisei sospetti mafiosi nei confronti dei quali non c’erano ancora le prove per dei provvedimenti d’arresto, ma considerati possibili referenti ed esecutori di una campagna stragista “il cui contenuto eversivo non può essere sottovalutato”, si legge nella relazione della Dia, che proseguiva: “C’è fondato motivo di ritenere che il livello di scontro con le strutture istituzionali possa essere addirittura innalzato mediante il compimento di fatti delittuosi che, all’agghiacciante ferocia delle stragi di Capaci e via D’Amelio, aggiungano, come allora, altrettante inequivoche simbologie”. Tra le persone proposte per il confino c’era anche Francesco Bonura, il costruttore socio occulto di Vito Cianci -mino (secondo i recenti racconti del figlio Massimo) poi condannato per mafia.
Anche gli attentati di Roma, Firenze e Milano del 1993” nella ricostruzione giudiziaria tentata finora, rientravano nella trattativa avviata tra Cosa nostra e le istituzioni. Fra gli obiettivi dell’organizzazione criminale c’era l’abbandono dell’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario che introduceva il carcere duro per i mafiosi, divenuto legge all’indomani della strage di via D’Amelio. Ora si scopre che - non s’è capito ancora per iniziativa di chi - per qualche centinaio di detenuti quella misura fu abbandonata tra maggio e novembre dello stesso anno.
Ma il 10 agosto ‘93, nelle “valutazioni e ipotesi investigative” sulle bombe scoppiate a fine luglio, De Gennaro divenuto direttore della Dia scriveva: “La perdurante volontà del governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza ha sicuramente concorso, assieme ad altri fattori, alla ripresa della stagione degli attentati... Partendo da tali premesse è chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’articolo 41 bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla “stagione delle bombe”.

 

 

 

 

 


Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it