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Giustizia: il mio digiuno è per i diritti dei detenuti

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di Franco Corleone

Terra, 14 ottobre 2010

Il cinismo dei potenti, del ministro Alfano e dei reggitori delle carceri è senza pudore. È bastato che l’estate passasse senza rivolte e proteste per disinteressarsi del destino dei detenuti, degli ultimi tra gli ultimi.
Il cinismo dei potenti, del ministro Alfano e dei reggitori delle carceri è senza pudore. È bastato che l’estate passasse senza rivolte e proteste per disinteressarsi del destino dei detenuti, degli ultimi tra gli ultimi. Anche un provvedimento mediocre come il disegno di legge del governo che prevede la detenzione domiciliare per l’ultimo anno di pena giace al Senato dopo un iter stentato alla Camera e nel frattempo il numero dei detenuti veleggia verso quota 70mila.
Il sovraffollamento viene evocato come se si trattasse di una calamità naturale inaspettata e non invece di un evento fortemente voluto attraverso scelte di politica criminale indirizzate alla repressione di fenomeni sociali. Il carcere è così diventato il luogo per accogliere tossicodipendenti, immigrati, poveri: una discarica sociale, etnica, generazionale.
Il rischio dell’assuefazione è quasi inevitabile. Come garante dei detenuti di Firenze non ci sto. Quando il carcere di Sollicciano ha stabilmente superato la cifra di mille detenuti, ho annunciato uno sciopero della fame per denunciare l’invivibilità assoluta determinata dal doppio delle presenze regolamentari che è giunto al sesto giorno. Anche una presenza di otto o novecento detenuti è vergognosa, ma avevo promesso ai detenuti che mai si sarebbe superata la quota dei mille, e così sono stato costretto a iniziare una protesta contro l’inarrestabilità dell’emergenza e soprattutto per affermare un limite, una sorta di tabù, che non si può violare. Ovviamente non è un digiuno puramente simbolico. Ho presentato una piattaforma di richieste minime, ragionevoli ma essenziali.
Ho chiesto un impegno della Regione per un progetto pilota per far uscire almeno 100 tossicodipendenti dal carcere in affidamento presso le comunità di accoglienza, la garanzia della presenza della scuola in Istituto e l’attivazione di una seconda cucina per garantire un vitto decente. So bene che proprio nel massimo dell’esplosione della crisi del carcere è necessaria una battaglia politica per mettere tra le priorità la riforma del carcere che è legata indissolubilmente alla crisi della giustizia, come è emerso anche dal recente convegno di Magistratura Democratica a Bologna.
Ma occorre anche rifiutare la logica del tanto peggio tanto meglio. Si deve lottare per garantire gli spazi concreti per esigere il rispetto dei diritti e l’applicazione della legge penitenziaria. Il Parlamento e questa maggioranza non hanno certo la volontà di cancellare la legge Giovanardi sulle droghe o la Cirielli sulla recidiva e neppure di approvare l’istituzione della figura del garante dei diritti dei detenuti che potrebbe mettere in mora una gestione senza un’idea sulla pena.
Le regioni governate dal centro sinistra, parlo dell’Emilia, della Toscana, dell’Umbria e della Puglia dovrebbero individuare una linea comune alternativa partendo dalla nomina di figure autorevoli come autorità di garanzia anche per rispondere in modo coordinato al disastro provocato dalla destra. È troppo?
 

 

 

 

 


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