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Giustizia: il detenuto-lavoratore ha diritto agli aumenti stabiliti dai rinnovi contrattuali

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La Nuova Sardegna, 14 ottobre 2010

Il detenuto che lavora in carcere ha diritto agli aumenti stabiliti dai rinnovi contrattuali, l’amministrazione penitenziaria deve pagargli i due terzi del salario dovuto in base alla sua mansione. Per la prima volta in Italia questo diritto è stato riconosciuto a un detenuto di Uras, uscito di prigione a giugno.
Tornato in libertà dopo diciassette anni di carcere, si è rivolto all’associazione Casa dei Diritti perché il suo salario, guadagnato col lavoro di falegname svolto in carcere, dal 1993 non era stato mai adeguata al contratto nazionale di lavoro. Gli avvocati Pierandrea Setzu e Renato Chiesa hanno ricorso al tribunale del lavoro, che ha riconosciuto all’ex detenuto il diritto agli aumenti: qualche giorno fa il ministero della giustizia ha proposto un accordo di transazione destinato a coprire gli anni dal 2002 al 2007.
L’uomo ha accettato e incasserà di conseguenza dodicimila euro, vale a dire la differenza tra quanto percepito in prigione e i due terzi del salario stabilito dal contratto nazionale, più quanto gli spettava per i periodi di malattia e le indennità previdenziali e contributive. Per gli ultimi tre anni di lavoro in carcere i legali proporranno un nuovo ricorso al giudice. L’avvocato Setzu ha spiegato che le mercedi - è questo il termine tecnico per indicare la retribuzione del detenuto lavorante - dei carcerati dovrebbero essere adeguate ogni anno secondo gli indici del consumo e le modifiche dei contratti collettivi nazionali di lavoro di ogni categoria. Il compito è affidato a una commissione ministeriale che però dal 1993 non ha mai operato.
Eppure - è la tesi sostenuta dagli avvocati Setzu e Chiesa - l’articolo 36 della Costituzione “si pone in netto contrasto con l’illegittima prassi dell’amministrazione penitenziaria, stabilendo che il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
La Costituzione “riconosce e tutela un diritto che riguarda tutti i lavoratori, senza operare discriminazioni nei confronti di quelli detenuti”. Non solo: l’articolo 22 dell’ordinamento penitenziario riconosce al detenuto lavoratore “una retribuzione che gli consenta un tenore di vita decoroso, non inferiore ai due terzi della retribuzione stabilita per gli altri lavoratori della stessa categoria dal contratto nazionale in vigore al tempo della avvenuta prestazione lavorativa”. Ed è su questo punto che i due legali hanno legato la citazione in giudizio del ministero della giustizia: “Ad ogni modifica del contratto di categoria dev’essere adeguato il trattamento retributivo dei detenuti lavoratori alle dipendenze del ministero”.
 

 

 

 

 


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