Domenica 22 Aprile 2018
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

 

 

Giustizia: Doina e Alessio, due pesi e due misure... cautelari

PDF Stampa E-mail
Condividi

Sette, 22 marzo 2013

 

Due omicidi (preterintenzionali) che paiono lo specchio uno dell'altro. Vittime due donne. Ma le condanne sembrano parlare due lingue diverse.

Doina aveva ventuno anni. Alessio uno di meno. Lei aveva lasciato due figli in Romania e per mantenerli si prostituiva a Roma dove aveva scoperto che non avrebbe fatto - come da promessa negriera - la cameriera, ma la badante notturna degli uomini che ogni sera, fino a sei anni fa, abbassavano il finestrino. Lui invece stava con la compagnia del "che famo? niente" del Lucio Sestio, quartiere di Roma - sì, insomma, Er Bumba, Lello, Er Mawi, ciascuno il suo soprannome lombrosiano che sta a pennello a cuore e cervello: quelli che, un giorno di ottobre di due anni e mezzo fa, lo applaudirono e gli riconobbero la patente di identità, "Alessio, uno di noi", mentre gridavano "pezzi di merda" a quelli, carabinieri in divisa, che lo portavano via. Doina e Alessio avevano 21 e 20 anni il giorno che la vita - e la morte - li mise di fronte a Vanessa Russo, romana, 23 anni, che sognava di fare l'infermiera, e Maricica Hahaianu, romena, 32 anni, madre di un bimbo di tre, che l'infermiera in ospedale faceva di. mestiere, scegliendo per la tragedia lo stesso scenario: una stazione di metropolitana della Capitale.

Fermata Termini, 26 aprile 2007. Una coda, un diverbio, insulti davanti alla porta di un vagone. La tensione che sale, forse anche perché le lingue non si capiscono - ovvero, si capiscono benissimo e non si intendono affatto - e con la tensione il tono delle parole. E pure le mani finiscono per alzarsi. Quella di Doina impugna l'ombrello - maledizione, quel giorno a Roma piove - e la punta trafigge l'occhio di Vanessa. Che morirà il giorno dopo in ospedale. Doina si allontana ma una telecamera l'ha filmata mentre risale le scale. Viene arrestata con l'accusa di omicidio preterintenzionale.

Fermata Anagnina, 20 ottobre 2010. Una coda, un diverbio, insulti davanti allo sportello del tabaccaio. La tensione che sale e pure la salivazione se alle parole si aggiungono prima gli sputi e poi gli spintoni. Anche stavolta le due lingue fanno a pugni ("Ma tu la fila non la fai al paese tuo?") prima che Alessio armi un pugno che mette fine alle parole.

Maricica crolla a terra, immobile: morirà, dopo sei giorni di coma, in ospedale. Lui si allontana ma, pure stavolta, una telecamera ha ripreso la scena. Anche per lui, arresto e accusa di omicidio preterintenzionale. Due morti assurde, come si usa dire, non avendo trovato altre parole, quel giorno, neppure Doina e Alessio, figli di situazioni sociali non esattamente ideali, passati direttamente ai fatti. Provocando morte.

Prese la parola, allora, qualcun altro. E non fu un bel sentire, in un clima fatto di "dagli alla romena" nei confronti di Doina Matei, presa a (bratto) esempio di un'intera nazione, e (due anni dopo) di "quella se l'è cercata, Alessio ch'a avuto pure pazienza" nei confronti di Maricica Hahaianu. Della vittima, stavolta: bersaglio - pure oggi che riposa in una tomba di Oreavu, dove la piangono un marito e un figlio, così come i suoi genitori piangono Vanessa - di una xenofobia dalla coda di paglia che quelli del Lucio Sestio espressero bene, all'arresto di Alessio, con un cartello di solidarietà all'amico, "hai fini di nessuno scopo politico o razzista".

Sì, pure oggi. Perché il finale di queste due storie, che si specchiano una nell'altra alla luce del Male, lascia sconcertati. Doma Matei è stata condannata a 16 anni di reclusione, sentenza confermata in Cassazione, che sta scontando nel carcere di Perugia. Alessio Burrone, invece, condannato a nove anni, con pena ridotta in Appello a otto, il mese scorso s'è visto concedere gli arresti domiciliari, provvedimento che ha dato voce all'amarezza di Adrian, il marito dell'infermiera Maricica, "rassegnato di fronte a una giustizia che già in primo grado aveva comminato ima pena così bassa".

Anche se più male ancora devono avergli fatto le uscite di chi ha accolto quei domiciliari proprio "ai fini politico e razzista": quella palude di saluti romani ad Alessio, finiti anche in Rete, dove colpevole è la "provocazione di lei" che avrebbe evitato la morte "solo utilizzando un pizzico di intelligenza", ma per fortuna "ora è stata ristabilita una certa giustizia". Vero, una certa giustizia: l'opposto di una giustizia certa.

 

 

 

 

 


Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it