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Giustizia: caso Uva; ignoti devastano l’abitazione del principale testimone della sua morte

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di Cinzia Gubbini

 

Il Manifesto, 9 novembre 2011

 

Finestra sfondata, mobili rotti, cassetti aperti. Ma nessun furto. È inquietante la scena che si è trovata di fronte la mattina di venerdì Alberto Biggiogero. La casa dove abitò con il suo amico Giuseppe Uva a Varese, e che ancora usa anche se spesso dorme dai genitori che abitano giusto al piano di sopra, era stata distrutta senza un’apparente ragione.

Biggiogero è il principale testimone sul caso della morte di Giuseppe. In molti ricorderanno la storia, venuta alla luce dopo la segnalazione dell’associazione A buon diritto: il 14 giugno del 2008 l’artigiano di 43 anni morì in ospedale dopo tre ore passate nella caserma dei carabinieri di via Saffi. Pino, così lo chiamavano parenti e amici, era stato fermato mentre vagava di notte per le strade della città, ubriaco, bisbocciando, insieme ad Alberto, suo amico da sempre.
Che fin dal primo momento ha raccontato di aver vissuto un incubo dentro quella caserma, mentre assisteva a una via vai inspiegabile di polizotti e carabinieri, e soprattutto udiva le urla strazianti del suo amico e rumori come di colpi. Sulla morte di Pino è stata aperta un’indagine, ma il pm titolare dell’inchiesta, Agostino Abate, aveva individuato il “colpevole” della morte dell’uomo nello psichiatra Carlo Fraticelli, il medico che lo aveva preso in cura in ospedale, supponendo che la morte di Giuseppe sia stata causata dalla somministrazione dei medicinali sbagliati.
Niente di niente, invece, sui presunti abusi subiti in caserma. Bigioggero non è mai stato chiamato a testimoniare. E come se non bastasse, poca o nulla rilevanza nell’inchiesta hanno avuto alcuni elementi oggettivi: sui pantaloni di Giuseppe ci sono tracce ematiche, e secondo le ultime novità addirittura di sperma. Pino era arrivato in ospedale senza slip, ma solo con pantaloni e una maglietta bianca. Le sue scarpe avevano le punte completamente consumate, forse a testimoniare una strenua resistenza, come mise a verbale un poliziotto.
La famiglia Uva e Bigioggero hanno vissuto per quasi tre anni con terribili dubbi e sospetti, senza che nessuno si occupasse di questa vicenda. Che finalmente un paio di anni fa è venuta alla luce. L’attenzione mediatica sul caso, l’intervento dell’avvocato Fabio Anselmo - che ha seguito anche i processi Aldrovandi e Cucchi - il sostegno di associazioni come “Le loro voci”, fondata dai famigliari delle vittime della violenza di Stato, hanno di fatto cambiato il clima intorno alla vicenda. Proprio pochi giorni fa il giudice ha stabilito la necessità di riesumare il cadavere di Pino e di avviare una nuova perizia. Una svolta importante.
A fronte di queste novità, contro Bigioggero stanno accadendo fatti strani. Subito dopo il servizio andato in onda nella trasmissione “Le Iene” due settimane fa aveva ricevuto una telefonata di minacce: “Vieni bene in video, ma guardati le spalle”. Non era la prima, alcune telefonate anonime erano arrivate anche un anno prima. Ma Alberto non aveva voluto drammatizzare. Ora l’effrazione, senza che sia stato portato via nulla degli oggetti di valore che pure c’erano: una videocamera, un televisore. La denuncia è partita. “Speriamo si possa far luce - dice Lucia Uva, la sorella di Pino - forse qualcuno ci vuole far paura. Ma noi andiamo avanti”.

 

 

 

 

 


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