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Giustizia: carceri strapiene, la strada è la depenalizzazione

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di Alessandro Battisti

 

Europa, 18 novembre 2010

 

Il governo è fermo e non si sa quanto durerà,il parlamento è bloccato, di giustizia si parla solo in relazione ai processi del primo ministro e le eventuali riforme si allontanano sempre di più nel tempo. Nel frattempo però il problema carcere rimane, giorno dopo giorno si aggrava e i suicidi sono ormai all’ordine del giorno, è un bollettino di guerra.

Il ministero della giustizia ci fornisce i dati ufficiali. I detenuti al 31 ottobre 2010 sono 68.795 per una capienza massima prevista di 44.962 unità, gli stranieri sono 25.364. I condannati a pena definitiva sono 36.904 di cui 12.414 stranieri. Tra gli stranieri quelli che superano le mille unità sono provenienti da Marocco, Romania, Tunisia, Albania, Nigeria. Le persone in libertà vigilata sono 2.348, quelle che scontano una sanzione sostitutiva 539, quelli in affidamento in prova 31.958, in semilibertà 3.458, in detenzione domiciliare 14.527.
Da questi dati emerge chiaramente che circa il 50 per cento dei detenuti è in regime di carcerazione preventiva che è un primo dato anomalo e che non appare in grado di essere assorbito dalle strutture attuali.
Cerchiamo di capire se, in attesa di una stagione riformatrice, si può procedere per piccoli passi. In primo luogo l’articolo 16 del decreto legislativo 25 luglio 1998 n.286 e successive modifiche (vedi la legge Bossi-Fini) potrebbe essere modificato disponendo la obbligatorietà della sanzione sostitutiva dell’espulsione o dell’accompagnamento nel paese di origine qualora vi siano le condizioni previste, in particolare quelle della reciprocità delle ipotesi di reato, e sia esclusa la pena di morte e quelle pene non previste dal nostro codice. In questa ipotesi andrebbe anche modificato l’articolo 13 della stessa normativa che regola le condizioni di applicazione.
Per ciò che concerne i detenuti stranieri in stato di carcerazione preventiva questa ipotesi è assai più complicata stante la necessità di svolgere il processo in presenza dell’imputato per non compromettere le indagini e le fasi processuali e non da ultimo per consentire il diritto di difesa. Potrebbe ovviarsi solo con trattati di collaborazione giudiziaria tra stati, una strada certamente non facile. Probabilmente però un 50 per cento degli stranieri che scontano una pena definitiva potrebbe uscire dal carcere e tornare nel paese di origine (circa cinque/seimila unità ).
In termini più generali il numero di detenuti non definitivi (29.986) è fortemente condizionato da quelli in attesa del giudizio di primo grado (15.111) a conferma dell’uso anomalo che si fa della carcerazione preventiva. Sono invece scarsi i casi di libertà vigilata (2.348), di sanzioni sostitutive (539), di semilibertà (3.458) mentre sono alti i dati per la detenzione domiciliare (14.527) e per l’affidamento in prova (31.958) per cui si potrebbe intervenire sulle prime tre ipotesi per alleggerire il carcere.
Di fondo rimane quello che da tempo vado dicendo: procedere a una seria depenalizzazione dei reati minori sostituendoli con sanzioni amministrative, allargare le fattispecie di pene alternative basate su obblighi lavorativi utili o a titolo risarcitorio, maggiori pene pecuniarie per soggetti abbienti, ipotesi di sottoponimento volontario a pene brevi ma immediatamente eseguibili e corrispondente rinuncia al processo e alle impugnative (Paris Hilton è stata condannata a spazzare le strade per 10 giorni, ed è solo un esempio, molti se ne potrebbero fare).
Mi sembra che ci sia materia per intervenire e per proporre ipotesi legislative anche in tempi brevi se solo ce ne fosse la volontà politica. Insomma la politica dovrebbe tornare a fare il suo mestiere. Noi continueremo a dirlo e a proporlo ma cosa diremo o faremo al prossimo suicidio cui assisteremo?

 

 

 

 

 


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