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Dramma Carceri. Intervista a Vittorio Sgarbi: "Bonafede, io ti denuncerò" PDF Stampa
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di Aldo Torchiaro


Il Riformista, 28 marzo 2020

 

"Denuncio alla Procura l'inadempienza di Bonafede perché non permette il rispetto del decreto. I detenuti non sono a un metro l'uno dall'altro. Appena muore qualcuno in carcere, lo denuncio per omicidio premeditato". Ferrarese, classe 1952, Vittorio Sgarbi è tra i critici d'arte più conosciuti nel mondo ma negli annali della Camera dei Deputati, dove è stato rieletto nel 2018, figura come "polemista". Eletto con Forza Italia e poi transitato al gruppo Misto, ha preso la parola per puntare il dito contro il ministro della Giustizia a Montecitorio.

"Mi chiedo come possa vivere serenamente in questi giorni il ministro Bonafede che è in piena flagranza di reato. Come può garantire la distanza di sicurezza di un metro in carceri dove sono in tre, in quattro, in cinque insieme... Lei, dunque, per la sua responsabilità giuridica e morale, è indagato! Un giudice che abbia correttezza dovrebbe indagarla perché lei è un untore...", gli ha urlato contro.

 

Conferma?

Confermo e aggiungo: ho intenzione di farlo indagare per omicidio premeditato. Gli ho scritto. E gli ho mandato un appello che mi arriva dalla sorella di Paolo Ruggirello, in carcere con febbre alta a Santa Maria Capua Vetere. È chiaro che i carcerati non sono a un metro di distanza. Bonafede non faccia lo spiritoso perché è un ministro che sta procurando morte. Rispetti per primo le leggi del governo Conte. È in fragranza di reato. Qui si sta perdendo la libertà, per tenerci la salute. Ma valga per tutti. Chi è in galera per carcerazione preventiva, da non colpevole riconosciuto, non può essere sottoposto alla crudele tortura del contagio di pandemia.

Il Dpcm parla di un metro, valga per tutti. Chi è in galera rischia di essere assolto e risarcito, ma rischia di morire. Mi ha scritto un'altra persona. È alla Dozza, Bologna, da otto mesi in carcerazione preventiva. Il regime cautelare di chi doveva essere giudicato a marzo è stato rimandato a ottobre, chissà se sarà vivo. "Alla Dozza ci sono 19 operatori sanitari e detenuti infetti", mi scrivono. Quindi Bonafede mente quando dice che i contagiati sono quindici in tutto. Denuncio alla Procura l'inadempienza del ministro perché non permette il rispetto del decreto. È inaudito il comportamento di Bonafede. Appena muore qualcuno in carcere, lo denuncio per omicidio premeditato.

 

Anche lei chiede le dimissioni del Capo del Dap?

Non so se è giusto focalizzare l'attenzione su di lui. Il capo del Dap risponde alla volontà dei magistrati ed è subordinato al ministro. Chi ha la responsabilità morale e politica è Bonafede.

 

Cosa si può fare in concreto per far partire i braccialetti elettronici?

Bisogna farli, per prima cosa. È una soluzione di civiltà. Sono rari come i dispositivi sanitari, eppure sono entrambi beni essenziali. Io oggi libererei tutti coloro che sono in attesa di giudizio, per prima cosa. La presunzione legata all'indizio certo non può più funzionare.

 

A Nuoro c'è il caso dell'avvocato Pittelli...

Una vicenda che grida vendetta. Un avvocato che sto seguendo personalmente perché su di lui ci sono solo intercettazioni telefoniche da cui non risultano evidenze, e soffre una prostrazione comprensibile. E oggi questo innocente in galera da quattro mesi senza giudizio rischia la vita per il coronavirus.

 

Quando parla di giustizia-spettacolo parla di Gratteri.

Su trecentoquaranta arrestati, duecento liberati: vuol dire che il magistrato che ha firmato le ordinanze ha sbagliato, e di parecchio. Ci sarebbe da prendere e da arrestare chi porta in carcere innocenti, perché il coronavirus è una doppia tragedia, colpisce due volte chi è ferito nella sua dignità, e sconta una pena per cui non sono neanche stati ancora condannati. Basta un solo innocente in galera, a dannare chi l'ha voluto lì. È meglio un colpevole libero che un innocente in galera. Personaggi alla Gratteri non fanno il bene della giustizia, fanno il loro bene personale.

 

Libertà e salute, siamo disposti a rinunciare a un po' di libertà per mettere in sicurezza la salute?

Parlando con un carabiniere in strada, abbiamo convenuto su un punto: è essenziale la distanza di un metro, non il divieto di uscire di casa. Il coronavirus non è una peste nell'aria. Si può uscire senza venir contagiato, se si mantiene la distanza di sicurezza dagli altri. Mi sembra una inibizione di libertà elementari. Mi sembra che ci siano misure pensate in buona fede ma forzate, sin troppo draconiane. Si è agito in modo rapsodico, tardi per un verso e senza informazione corretta. Le alte percentuali di morti in Lombardia dimostrano che gli anziani che oggi accusano il colpo sono stati quelli più colpiti all'inizio del contagio, quando le informazioni erano poche e confuse.

 

Quattro moduli in dieci giorni, forse sono troppi per chiunque. Ai cittadini viene chiesto un sacrificio, mentre la burocrazia rimane quella di sempre.

È vero che c'è poca chiarezza. Le nuove restrizioni riguardano il divieto di non uscire dal Comune. Se si parla di Roma o Milano lo capisco, ma come si applica ad agglomerati dove ci sono tanti piccoli comuni confinanti, dove magari i servizi sono di prossimità tra loro? La burocrazia fa sempre pasticci.

 

La politica al tempo del coronavirus. Come vede il Parlamento a distanza?

Il Parlamento si può riunire su Skype ma il voto è legato a una ritualità, come quella religiosa. Non c'è solo il voto, è un luogo di lavoro e come tanti altri, dove il lavoro è ritenuto essenziale e strategico per il sistema-Paese, deve rimanere aperto. A me i privilegi non piacciono mai, da nessuna parte.

 
Lucanìa (Simspe): "Se il coronavirus arriva nelle carceri potrebbe essere una tragedia" PDF Stampa
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quotidianosanita.it, 28 marzo 2020


L'allarme dei medici della sanità penitenziaria. Ad oggi risultano positivi 15 detenuti, mentre rimane non conosciuto il dato di eventuali positivi tra gli operatori. Per il presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria "oltre alle misure di pre-triage, assieme alla Sanità territoriale, dovremmo procedere con lo screening di coloro che ogni giorno accedono alla struttura penitenziaria". La comunità scientifica esorta quindi i decisori a impegnarsi per una efficace risoluzione

"Nel sistema carcere ravviso molta buona volontà, ma assoluta mancanza di un piano organico condiviso per affrontare l'emergenza coronavirus già assolutamente gravissima nel contesto nazionale per i suoi riflessi sulla salute generale e sull'economia; nelle carceri potrebbe provocare una tragedia se vi fosse un impatto differente e di maggiore portata". A lanciare l'allarme è Luciano Lucanìa, Presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (Simspe).

L'emergenza coronavirus e le proteste di inizio marzo nelle carceri italiane avevano già portato alla luce uno dei tanti settori colpiti dalle restrizioni per prevenire i contagi. Il Dpcm dell'8 marzo ha previsto norme apposite per gli istituti penitenziari: i casi sintomatici dei nuovi ingressi devono essere posti in condizione di isolamento dagli altri detenuti; i colloqui visivi si devono svolgere in modalità telefonica o video; diventano limitati i permessi e la libertà vigilata. Ma queste misure, volte a favorire un contenimento della diffusione del virus, si sono scontrate con una realtà non semplice.

Gli istituti penitenziari italiani soffrono di problemi cronici che periodicamente vengono affrontati ma non del tutto risolti. Ad oggi, come riporta il sito del Ministero della Giustizia, rispetto all'effettiva capienza delle carceri italiane, in grado di ospitare intorno ai 51mila detenuti, i reclusi effettivi sono oltre 60mila, di cui circa un terzo stranieri.

Proprio in questi giorni l'Oms, Ufficio per l'Europa ha pubblicato una specifica linea guida: "Preparedness, prevention and control of Covid -19 in prisons and other places of detention", ricorda la Società Italiana, tuttavia le indicazioni non sembrano del tutto adeguate a questa fase dell'epidemia nel nostro territorio nazionale. La Protezione Civile ha provveduto all'installazione di tensostrutture come unità di accoglienza, che però non hanno le caratteristiche per essere utilizzate come ambulatori. Per queste ragioni, gli specialisti da anni impegnati a tutelare la salute nei penitenziari lanciano l'allarme.

"Vi è una perdurante mancanza di Dispositivi di Protezione Individuale - evidenzia il Presidente Simspe - Abbiamo fatto numerose segnalazioni: siamo certi che le nostre richieste verranno accolte, ma il problema è sovranazionale. Noi operatori della salute, medici e professionisti sanitari, abbiamo il mandato, che oggi diventa una missione, di tutelare la salute e la vita all'interno del sistema carcere, essendo operatori provenienti dalla sanità pubblica, dalle Aziende Sanitarie del Sistema Sanitario Nazionale. È dall'inizio di questa epidemia che per le carceri si susseguono lettere circolari dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ed indicazioni più specificamente sanitarie provenienti dalle sanità regionali e dal Ministero della Salute".

Le misure necessarie. Ad oggi tra i positivi al Covid-19, risulta un numero di 15 detenuti, mentre rimane non conosciuto, auspicando che non ve ne siano, tra gli operatori, fra cui poliziotti e operatori sanitari. La positività non equivale a malattia, non comporta necessariamente il ricovero e solo in alcuni casi provoca peggiori esiti.

Tuttavia, la positività al virus implica la certezza di essere contagiosi e la necessità di isolamento reale. Il carcere, in quanto mondo chiuso, potrebbe sembrare protetto dall'infezione, ma in realtà il virus può farvi ingresso in qualsiasi momento.

"Il carcere è un servizio essenziale e le conseguenze dell'ingresso dell'infezione, anche in una singola sede, possono avere ripercussioni di estrema gravità, non solo per le persone, ma per l'intero sistema - afferma Lucanìa - credo che dovremmo invocare un forte comportamento proattivo e, oltre alle comuni misure di pretriage.

Di concerto con la Sanità territoriale, dovremmo procedere con lo screening dei soggetti che quotidianamente fanno accesso alla struttura penitenziaria e hanno contatti con i detenuti, anche indirettamente. Gli screening, nonostante la complessità ed i presumibili costi, devono realizzarsi mediante tamponi naso-faringei da ripetersi in maniera regolare, anche a cadenza settimanale, nelle aree che registrano le maggiori prevalenze di infezione. In questa fase, nell'attesa che le curve epidemiologiche evidenzino sostanziali fasi di regressione, un simile approccio è indispensabile. Inoltre, si devono sviluppare iniziative omogenee fra gli attori del sistema, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e la sanità dei territori".

Le patologie nelle carceri italiane. Non solo Coronavirus, perché come emerso già nel Congresso Simspe di fine 2019, tra i detenuti continuano a prevalere patologie psichiatriche e infettive, la cui gestione e cura costituisce in larga parte l'attività di Simspe.

La prevalenza di detenuti hiv positivi è discesa dal 8,1% del 2003 al 1,9% attuale. "Questi dati - spiega Sergio Babudieri, Direttore Scientifico Simspe - indicano chiaramente che, nonostante i comportamenti a rischio come lo scambio delle siringhe ed i tatuaggi non siano diminuiti, la circolazione di HIV non avviene più perché assente dal sangue dei positivi in terapia antivirale. Questi farmaci non sono in grado di eradicare l'infezione ma solo di bloccarla. Di fatto con l'aderenza alle terapie viene impedita l'infezione di nuovi pazienti".

Risulta poi dai dati ufficiali del Ministero della Giustizia che un terzo della popolazione sia straniera, e, con il collasso di sistemi sanitari esteri, con il movimento delle persone, si riscontrano nelle carceri tassi di tubercolosi latente molto più alti rispetto alla popolazione generale. Se in Italia tra la popolazione generale si stima un tasso di tubercolosi latenti, cioè di portatori non malati, pari al 1-2%, nelle strutture penitenziarie ne abbiamo rilevati il 25-30%, che aumentano ad oltre il 50% se consideriamo solo la popolazione straniera.

 
La salute dimenticata dei detenuti: Covid-19 peggiora un quadro già gravissimo PDF Stampa
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di Angela Cappetta


aboutpharma.com, 28 marzo 2020

 

Dopo i primi casi nelle carceri e le rivolte, parla Luciano Lucanìa, presidente della Società italiana di medicina penitenziaria. Le precauzioni impossibili da adottare si sommano ad altri disagi in un contesto nel quale anche l'epidemiologia delle altre patologie infettive non è certa. La "bomba" dei transitanti.

Undici detenuti infettati dal Covid-19 e un decesso nel carcere di Voghera. Un agente penitenziario di Locri in missione a Bergamo contagiato e poi deceduto. E ancora: un medico e due infermieri del carcere di Santa Maria Capua Vetere a Caserta affetti dal Coronavirus. Dopo le proteste nelle carceri italiane di inizio marzo, a seguito delle misure restrittive adottate dal Governo anche per i detenuti (stop ai colloqui e alle traduzioni), nel giro di una settimana, le notizie di cosa sta accadendo nelle carceri italiane si susseguono, allarmano e poi vengono smentite o rettificate dal Dap.

Ma cosa sta accadendo nel mondo di dentro? E perché è così difficile reperire dati certi? Quanto fa paura il Covid-19 nelle carceri e perché fa così spavento?

Il distanziamento è impossibile - "Perché è una malattia insidiosa e disgraziata che contagia più della tubercolosi e anche perché la sua prevenzione impone misure, come quello che oggi viene chiamato distanziamento sociale che, in realtà come il carcere, non possono essere applicate". A rispondere è Luciano Lucanìa, presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria, nonché medico nel carcere di Reggio Calabria, una regione di 18 mila abitanti e 500 detenuti, dove finora il Covid-19 non ha fatto grossi numeri.

Quello che però ha sollevato il nuovo virus è una grande questione, rimossa un po' da tutti: la salute dei detenuti, tutelata a livello costituzionale al pari di quella di tutti i cittadini liberi, ma da anni marginalizzata e dimenticata nonostante due norme (la legge 230 del 1999 e il Dpcm del 2008) hanno cercato, con il trasferimento dell'assistenza sanitaria penitenziaria dal Ministero della Giustizia a quello della Salute (e quindi alle Regioni), di migliorare le condizioni di salute di chi vive nel mondo di dentro.

Sale anche la Tbc - Questa è stata la teoria. La pratica, come spesso accade, purtroppo non sempre segue i dogmi. E in una popolazione come quella carceraria, condannata al sovraffollamento da decenni (61.230 detenuti nelle 190 carceri italiane con una capienza pari a 50.931) e a vivere ancora in quegli spazi ristretti che ha fatto guadagnare all'Italia una condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (sentenza Torreggiani), le infezioni corrono più veloci di quanto accada nel mondo di fuori. Per quanto i dati raccolti da Simspe, registrano un calo di infezioni da HIV rispetto ai primi anni del 2000, l'epatite C è ancora presente con una percentuale che oscilla tra il 25 e il 35% (una forbice cioè che coinvolge dai 25 mila ai 35 mila detenuti, la maggior parte tossicodipendenti), a cui si aggiungono i 6.500 portatori attivi del virus dell'epatite B. Anche i numeri della diffusione della tubercolosi non sono promettenti: Tullio Prestileo, responsabile dell'unità operativa per le malattie infettive dell'ospedale civico Benfratelli di Palermo, che dal 2017 coordina il progetto ITaCA - Immigrants Take Care Advocac (una rete di 41 centri che forniscono assistenza agli immigrati che arrivano in Sicilia) denuncia che la permanenza nelle carceri libiche ha fatto aumentare le infezioni da Tbc negli istituti italiani.

Precauzioni assenti - Se non fosse per i dati raccolti dal Simspe, quelli del Ministero della Salute non riuscirebbero a fotografare la reale situazione in cui versa la sanità penitenziaria. L'ultimo rapporto ministeriale risale al 2018 e mette insieme i dati inviati dagli istituti penitenziari italiani riferiti al 2017. Non tutti gli istituti però hanno inviato le loro comunicazioni e quelli che lo hanno fatto non hanno contribuito di certo a dare un segnale di miglioramento sulla salute dei detenuti e sulle prestazioni sanitarie fornite nelle carceri italiane.

A Poggioreale (Napoli), ad esempio, dove c'è il più alto numero di tossicodipendenti manca il dato sul numero dei detenuti sottoposti a trattamento di disintossicazione. Il Naloxone (il farmaco salvavita in caso di overdose) non è disponibile in tutti gli istituti. Non si riesce a sapere quanti sono i detenuti morti a causa dell'Aids (a parte un decesso registrato a Pistoia), la terapia antiretrovirale non esiste nelle carceri di Arbus e Tempio Pausania e, infine, in Campania, Piemonte e Sardegna non è attiva la profilassi post-esposizione per coloro che temono di aver contratto il virus. In nessun istituto penitenziario italiano è garantito l'accesso a strumenti sterili per i tatuaggi, solo nel 35% delle carceri è possibile usare l'acqua calda sanitaria e solo a Pavia sono stati consegnati preservativi all'uscita (nessuno li consegna all'entrata).

Se a questi problemi atavici si aggiungono i numeri della popolazione transitante, che rappresenta il 40% della popolazione residente (si stima che ogni anno trascorrono almeno una notte nelle 190 carceri italiane circa 105 mila arrestati), l'ipotetico ingresso nelle carceri del Coronavirus significherebbe far esplodere una bomba che, se nel mondo di fuori si può attenuare con misure di contenimento, nel mondo di dentro non conoscerebbe limiti.

Le misure del "Cura Italia" - Cosa fare allora per evitare che il nuovo virus entri in carcere? Nel decreto "Cura Italia" è stata disposta la detenzione domiciliare (con tanto di braccialetto elettronico) per coloro che hanno da scontare gli ultimi 18 mesi di pena e per coloro che sono stati condannati a una pena di reclusione che va dai 7 ai 18 mesi): il decreto riguarderà circa 4 mila detenuti. Davanti agli istituti di pena, lontani dai padiglioni, il Dap ha fatto installare tensotrutture per effettuare il pre-triage a coloro che vengono da fuori (colloqui sugli ultimi spostamenti e misurazione della temperatura). "Una misura utile ma non sufficiente", afferma Luciano Lucanìa, secondo cui sarebbero altre le misure da adottare per "evitare che scoppi un sotto problema nel problema".

"Andrebbero fatti i tamponi a tutto il personale sanitario, agli agenti penitenziari e agli psicologi, fisioterapisti e tutti coloro che vengono dall'esterno - aggiunge il presidente Simspe - e andrebbero fatti più tamponi con cadenza stabilita di concerto con l'ufficio di igiene. Fare un tampone singolo non serve a niente. Anche perché le tensostrutture montate nelle carceri non sono attrezzate come gli ospedali da campo messi su davanti agli ospedali. C'è un tavolino, due sedie e la corrente elettrica, ma non abbiamo l'acqua quindi non si può fare ambulatorio".

Tamponi e trasferimenti - La richiesta di maggiori tamponi è stata avanzata anche dal sindacato degli agenti penitenziari, mentre un altro grido d'allarme arriva dal coordinatore nazionale Fimmg - settore Medicina Penitenziaria. "Il personale che vi opera teme per la sua incolumità e per il clima che si respira all'interno degli istituti - dichiara Franco Alberti - e nella maggior parte dei casi opera senza o con scarsa dotazione dei Dispositivi di Protezione Individuali.

Non se ne parla di eseguire tamponi e c'è difficoltà di isolamento per i casi sospetti o provenienti dalla libertà o da altri istituti a seguito dei trasferimenti disposti dopo le proteste". "I trasferimenti sono stati il frutto scellerato delle rivolte - aggiunge Lucania - e chi li ha decisi ha commesso un atto criminale, che ha provocato danni economici al Paese e chissà quali in termini di salute della popolazione carceraria". Ed ecco che ritorniamo di nuovo ai dati e alla difficoltà di reperirli. A quali misure di prevenzione sono stati sottoposti i detenuti trasferiti in altre carceri dopo le rivolte? Non si sa. Una cosa però è certa: per i detenuti in generale non è stato disposto alcun tampone. Lucanìa conferma.

 
Deceduto per coronavirus un medico in servizio nelle carceri della Puglia PDF Stampa
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fimmg.org, 28 marzo 2020


Altri contagi tra il personale sanitario dei penitenziari. "Quello che si temeva e che avevamo denunciato purtroppo si sta avverando. Ieri un medico penitenziario della Puglia di 59 anni di San Severo, ricoverato per infezione da coronavirus, è deceduto per complicanze cardiopolmonari". Lo dichiara Franco Alberti, coordinatore nazionale di Fimmg Settore Medicina Penitenziaria.

"Al Centro Clinico del carcere di Pisa - prosegue - un sanitario sintomatico è risultato positivo al tampone, il responsabile della Rems di Volterra (ex Opg) è ricoverato in rianimazione per complicanze polmonari da infezione da coronavirus. Anche nel carcere romano di Rebibbia due sanitari del femminile, dove ci sono anche bambini, sono positivi al tampone, a Bologna nove sanitari positivi e 15 infermieri, a Napoli Secondigliano contagiati un medico e un infermiere e un medico contagiato a Favignana".

"Siamo sicuri che non ci fermeremo qui - prosegue Alberti - cosa hanno in comune queste situazioni? A tutti è stato inibito l'uso dei Dpi. A Bologna il responsabile del servizio e il direttore sanitario avrebbero messo per iscritto il divieto. Una cosa che non è accettabile dalle Direzioni degli Istituti, ma è ancora più inaccettabile se deciso da un medico.

È necessario che venga fatto un Piano nazionale sanitario per la prevenzione dell'infezione da coronavirus, non è con i braccialetti o le amnistie che si risolve un problema che è solo ed esclusivamente sanitario, che coinvolge in egual misura le persone ristrette e chi opera all'interno degli Istituti Penitenziari. Chiediamo con forza - sottolinea Alberti - di mettere a disposizione non solo mezzi di protezione idonei per salvaguardare il personale sanitario e gli stessi detenuti, ma anche interventi preventivi per contenere l 'infezione. Denunceremo nelle sedi opportune, anche giudiziarie, tali carenze".

 
Dl Cura Italia e carcere. Il diritto alla vita non è inderogabile per tutti PDF Stampa
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di Chiara Formica


2duerighe.com, 28 marzo 2020

 

Le misure previste dal Dl Cura Italia per le carceri non saranno sufficienti nel caso in cui il covid-19 dovesse diffondersi all'interno delle strutture. Il rapporto tra Dl Cura Italia e carcere è inadeguato a fronteggiare la diffusione del contagio. Possiamo fingere, certo, che non sia così, che le misure proposte finora siano le uniche strade percorribili, che i contagi siano ridotti, ma sappiamo che le cose stanno in un altro modo.

Vite di seria a e vite di serie b: il diritto alla vita non è inderogabile per tutti. Dalle discussioni parlamentari e dal decreto emerge una verità di fondo, quella secondo cui le persone che stanno scontando una detenzione sono prima detenuti e poi persone aventi diritto alla salute. La loro malattia e il loro decesso sono rischi che possiamo assumere con maggior disinvoltura. Allo stato di allerta e di emergenza epidemiologica, il ministro della Giustizia - supportato dal Governo - ha deciso in prima battuta di inasprire le misure restrittive.

E quindi giustamente: no agli ingressi dall'esterno, no ai colloqui con i familiari, ma al contempo si al sovraffollamento, braccio destro del contagio. Solo in un secondo momento, nel Dl Cura Italia, sono state introdotte le prime misure per alleviare il sovraffollamento carcerario. Misure che, in ogni caso, non sono in grado di contrastare il contagio, poiché blande e affatto coraggiose. Una diffusione importante del Covid-19 nelle carceri italiane, trasformerebbe queste ultime, come si sta dicendo negli ultimi giorni, in lazzaretti. Ma niente di nuovo: i lazzaretti nascono per accogliere i lebbrosi, per tenerli fuori dalla comunità. E cosa sono le persone detenute se non lebbrosi da allontanare?

"Ci meritiamo una pena, ma non la tortura". Così le persone detenute nelle carceri del Nordest riassumono ciò che sta avvenendo nelle varie strutture detentive in una lettera al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che a sua volta ha definito le carceri italiane "sovraffollate e non sempre adeguate a garantire appieno i livelli di dignità umana". Mattarella, proseguendo nella richiesta di intervento da parte del governo in merito alla questione dignità e sovraffollamento carcerario, coglie la radice del vero problema: il senso di comunità, dal quale le persone detenute sono tagliate fuori.

Stanno intervenendo nel merito vari enti, tra cui l'Onu, il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt), l'Oms, l'Associazione nazionale italiana dei professionisti di diritto penale. E proprio questi ultimi hanno avanzato le loro proposte: dal differimento, fino al prossimo 30 giugno, "dell'emissione dell'ordine di esecuzione delle condanne fino a 4 anni", alla possibilità di "innalzamento a due anni del limite di pena detentiva, anche residua, eseguibile presso il domicilio" e di "rendere facoltativo il controllo mediante dispositivi elettronici".

Ad esporsi a favore di una scarcerazione più massiccia anche l'alto commissario Onu per i Diritti umani, Michelle Bachelet, che ha voluto sottolineare la portata "devastante" del covid-19 per i detenuti e la necessità di liberare i reclusi più "vulnerabili al virus", come "anziani e malati", ma anche "i non pericolosi".

Eppure le misure prese dal ministro Bonafede insistono sulla sicurezza sanitaria all'interno delle carceri, attraverso la fornitura di mascherine e tende da triage. Nel question time alla Camera, Bonafede ha riferito che sono state realizzate 145 tende per coloro che devono entrare in carcere. Niente che vada nella direzione, individuata anche dal Garante nazionale Mauro Palma, della "liberazione anticipata speciale". Ci si limita ad intervenire sulla semilibertà, autorizzando i detenuti che ne usufruiscono a non tornare a dormire in carcere, sempre fino al 30 giugno.

Mauro Palma, intervistato da Repubblica, spiega che "il decreto incide solo su una posizione molto ridotta, perché riguarda chi deve scontare ancora 18 mesi. Bisogna non far dipendere, se non quando è proprio necessario, dal braccialetto elettronico l'effettiva detenzione domiciliare. Il braccialetto va potenziato, va sveltita la procedura, ma non può essere per tutti l'elemento preclusivo".

A questo proposito il ministro Bonafede, intervenendo alla Camera, ha confermato la poca incisività delle misure riportando i numeri: finora sono usciti solo 200 detenuti, di cui 50 con il braccialetto elettronico. Aggiungendo poi che "gli aventi diritto a uscire più in fretta sono in tutto 6.000, ma i braccialetti disponibili, al 15 maggio, saranno 2.600".

Ci dicono di mantenere una distanza di almeno un metro dagli altri, di stare a contatto con meno persone possibile, di non formare assembramenti. Ecco, forse ciò che sfugge è che il carcere di per sé, per costituzione, non è altro che assembramento di persone. Ad oggi, stando ai dati ufficiali del Garante nazionale, il numero delle persone detenute arriva a 58.810, a fronte di una capienza regolamentare di 50.931, di cui 22.374 sono persone condannate che hanno una pena residua inferiore a tre anni.

Le persone recluse che, finora, risultano positive al coronavirus sono 17, mentre 200 si trovano in isolamento sanitario. Ma i dati non possono essere esatti, tanto che dal carcere di Voghera arrivano notizie preoccupanti dalla madre di un detenuto, come riporta Il Dubbio. I casi di contagio sarebbero già 5 accertati, ma la donna precisa che "molte celle sono state chiuse per la presenza di più casi di detenuti che manifestano sintomi di febbre alta. Mi ha anche detto - riferendosi al figlio - che l'unica precauzione che viene adottata è la misurazione della temperatura corporea, ma non sono stati forniti dispositivi di protezione individuale".

Da un lato Mauro Palma che ricorda come "l'emergenza sanitaria deve superare la contrapposizione politica perché è interesse di tutti che questa parte di cittadini italiani non sia attaccata dal virus, anche per i riflessi sulla comunità esterna. I detenuti sono un pezzo della nostra società, è un pezzo vulnerabile. Oggi l'emergenza supera tutto".

Dall'altro lato Salvini, portavoce di un partito unanime contro la scarcerazione che definisce questi provvedimenti "svuota-carceri mascherato", sminuisce la gravità della situazione, affermando che "il contagio nelle carceri non c'è, sono ambienti protetti. I detenuti sono più protetti in carcere che a spasso".

Verrebbe da chiedere all'ex ministro dell'Interno come mai allora, se le carceri sono luoghi sicuri e protetti, non è stato consigliato alle persone libere di fare lì, in quei posti sicuri e protetti, la loro quarantena. E non solo: dall'Onu ci dicono di liberare quante più persone possibile, perché ora l'emergenza epidemiologica è la priorità assoluta, Salvini risponde dicendo che uno Stato serio non premia chi incendia le carceri ma "ti chiude la cella e ti dà sei mesi di più".

Pura demagogia, dal momento che le persone individuate come le responsabili delle rivolte sono state escluse dalle misure di scarcerazione. E allora, adesso più che mai i versi di De André tornano ad aprirci gli occhi, perché cantando la dignità dei reclusi aveva il coraggio di ricordare agli uomini per bene che "per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti".

 
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